La sfortunata vita affettiva del Pinturicchio

L’11 dicembre1513, a Siena, muore Bernardino di Betto, celebre pittore conosciuto come il Pinturicchio o il Pintoricchio. Il soprannome di Pinturicchio (“piccolo pintor”, cioè “pittore”) derivava dalla sua corporatura minuta: egli stesso fece proprio quel soprannome usandolo per firmare alcune opere.

Secondo lo storico Sigismondo Tizio (rettore della parrocchia dei Santi Vincenzo e Anastasio, in cui Pinturicchio abitava, e autore delle “Historiae Senenses”) sarebbe stato sepolto proprio nella chiesa di San Vincenzo, attuale Oratorio della Contrada Sovrana dell’Istrice.

Nel 1901, durante alcuni lavori, nella Contrada dell’Istrice furono ritrovati in una galleria posta sotto il pavimento resti umani tumulati, ma non sappiamo se davvero fossero dell’artista. Tuttavia, in virtù di questo, la Contrada dell’Istrice nel 1920 sancisce un gemellaggio con Perugia, patria del pittore, dove nasce nel 1545 da Benedetto di Biagio. Nel 1481 si iscrive all’Arte dei pittori di Perugia, per il quartiere di Porta Sant’Angelo e tra il 1481 e il 1482, a Roma, collabora col Perugino agli affreschi della cappella Sistina.

La sua carriera, da qui, sarà una continua ascesa e opera ininterrottamente al servizio di cinque papi: da Sisto IV a Giulio II, passando per Innocenzo VIII, Alessandro VI, e Pio III; lavora per committenti importanti come i della Rovere e Pandolfo Petrucci. A Siena, tra le molte opere, realizza lo straordinario ciclo della Libreria Piccolomini, in duomo, affresca la cappella di San Giovanni Battista, sempre in duomo e realizza il cartone del pavimento della cattedrale con le “Storie della fortuna”.

Ricco, ma dalla vita affettiva sfortunata, si raccontano molte storie sulla fine della sua vita. Vasari, che è sempre molto critico nei confronti dell’artista che non ama particolarmente, riporta una diceria sul suo carattere avido e bizzarro: alloggiato presso i frati di San Francesco, a Siena, pare che avesse chiesto di togliere dalla sua cella un cassone vecchio e ingombrante; nello spostamento si rompe e rivela un tesoro di cinquecento ducati d’oro, che si presero i frati. “E lui, illividito, ne morirà”, commenta, perfido, il Vasari.

L’aneddoto non è fondato, ma è una testimonianza dell’amarezza dei suoi ultimi anni: abbandonato dai cinque figli, Sigismondo Tizio racconta che si era riavvicinato alla perfida moglie Giaffa che però, era l’amante di un soldato di Ventura, Girolamo di Polo detto Paffa (che poi sposerà la figlia Clelia), lo lasciò morire, lui da sempre gracile e malaticcio, letteralmente di inedia, per prendersi la notevole eredità.

Per ciò che concerne il legame tra l’artista umbro e la Contrada di Camollia questo trascende i secoli e dall’800 ad oggi i disegnatori delle monture si sono ispirati continuamente alle sue opere. Pinturicchio, infatti, più volte, raffigura paggi o giovinetti che indossano vesti con i colori che questa Contrada è andata assumendo nel tempo.

 

Maura Martellucci

 

 

Autore dell'articolo: A cura della Redazione

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