La tristezza degli angeli – Jón Kalman Stefánsson

Se in Paradiso e Inferno Stefánsson ci ha sedotti con un racconto epico per poi depositarci in un tranquillo rifugio, in questo secondo tassello ci accompagna nel percorso inverso. Qui, oltre alla scrittura travolgente cui ci ha abituati e che non smette di affascinare e sorprendere, ritroviamo il giovane eroe alla scoperta dell’amore e della stabilità, in una situazione che per la prima volta lo fa sentire “a casa”.

Eppure bisogna partire, di nuovo bisogna andare, sfidare gli elementi, che se prima erano le onde del mare ora sono i monti, la neve e la tempesta. Questa volta il compagno forte e taciturno dell’esile ma impavido giovinetto non è l’amico fraterno innamorato delle parole e delle pagine dei libri: è invece un uomo rude, che disprezza la letteratura e la poesia, che non ama raccontare di sé e tanto meno ascoltare le parole altrui. E il viaggio del ragazzo attraverso una tempesta che sembra non finire mai – sostenuto dalla memoria delle sue letture, dal desiderio di tornare, dal ricordo di un abbraccio – è un percorso solitario in un paesaggio ostile, con un compagno di viaggio la cui unica ragione di vita sembra andare avanti perché guardare indietro fa troppo male.

Perché indietro ci sono gli affetti perduti, la coscienza dei propri errori e la paura del mare, ma soprattutto la paura di amare. Avanzare, allora, senza fermarsi se non per prendere fiato, o per ripescare dalla neve quel maledetto ragazzino che continua a perdersi e a fare domande, ma che è l’unico legame con la vita, con la parola, col ritorno.

Avanzare per fuggire dall’amore, dal calore, dalla figura femminile che in questo romanzo più che nel primo prende una forma definita, diventa salvezza e stabilità, forza e ingegno, fantasma e consapevolezza. Avanzare per tornare, perché non si può espiare per sempre.

 

Ariela Faso

 

Autore dell'articolo: A cura della Redazione

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