Visioni e scrittura nel “Liber” di Ildegarda di Bingen

Il tema del femminile divino, il rapporto fra umanità e divinità, il significato dell’identificazione fra il settimo giorno della creazione e l’incarnazione proposto da Ildegarda di Bingen, badessa tedesca del XII secolo, sono alcuni degli aspetti “innovativi ed audaci” del libro di Teresa Lucente La Quadratura del cerchio Incarnazione e libertà nel ‘Liber Divinorum Operum’ di Ildegarda di Bingen che sarà presentato sabato 17 marzo alle 17.30 a Bolsena presso la Lib’Osteria Le Sorgenti (corso Cavour 75).

Con l’autrice dialogheranno l’editore Mario Papalini e la libraia Katia Maurelli.

Estratto de “Il potere alchemico della scrittura in Ildegarda di Bingen” di Teresa Lucente

Tra il 1163 e il 1174 Ildegarda di Bingen (1098-1179) scrive il Liber divinorum operum, opera conclusiva del suo pensiero, a cui dedicò gli ultimi anni della sua lunga e travagliata avventura terrena.

Il Liber è una composizione di dieci visioni divise in tre parti in cui l’autrice ripercorre le tappe di un percorso che conduce l’essere umano dalla sua creazione all’interno di un più grande e creativo progetto cosmologico, fino alla sua salvezza in una difficile ma naturale coincidenza tra l’umano e il divino.

Ildegarda di Bingen, unica fra le donne del suo tempo, fu una delle figure più notevoli del medioevo. Destinata sin da bambina ad una vita di silenzio e di clausura riuscì, grazie al suo genio e alla potenza della sua immaginazione, a ritagliare per sé una posizione di spicco sia in ambito pubblico che culturale. Entrò in corrispondenza con i potenti del suo tempo, autorità sia secolari che ecclesiastiche, giocando un ruolo attivo nelle dinamiche del potere grazie al riconoscimento del carisma profetico di cui era investita, e che le valse già in vita l’appellativo di prophetissa teutonica.

Ma quello che la rende così straordinaria, a molti secoli di distanza e in una società che tende a rifiutare le istanze culturali all’interno delle quali la badessa di Bingen si muove, il profetismo e più in generale un uso dell’immaginario oggi quasi completamente dimenticato, è senza dubbio la sua scrittura.

Straordinaria in almeno due modi diversi. Intanto perché Ildegarda scrive in un’epoca in cui la scrittura è un affare esclusivamente maschile; la sua è l’unica voce femminile che si unisce al coro dei filosofi medievali per trattare di argomenti non strettamente legati alla sfera intimista e lirica, unica deroga al principio che accordava solo agli uomini la licenza di scrivere. E, in secondo luogo, perché la scrittura di Ildegarda non è mai puramente una trascrizione di idee o eventi, ma assume le caratteristiche di una scrittura di trasformazione, che si pone all’interno di un circolo ermeneutico che parte dal nucleo centrale dell’essere per farvi poi ritorno arricchendolo e, appunto, trasformandolo.

«Tutto ciò che imparo e vedo in visione, rimane per lungo tempo nella mia memoria, così che ricordo ciò che ho visto e udito una volta. Contemporaneamente vedo, ascolto e comprendo, e quasi simultaneamente imparo ciò che comprendo».

La parola viene, dunque, dopo l’immagine, il testo segue la visione. Seguendo le indicazioni di Ildegarda ci poniamo di fronte alla sua scrittura in una prospettiva completamente diversa in cui le parole non sono la trascrizione di concetti, non sono l’espressione di un pensiero proteso verso il mondo, la realtà esperibile attraverso i sensi. La sua è la scrittura di un pensiero simbolico che si serve di immagini per veicolare non già un significato definito ma, piuttosto, un senso dinamico, polivalente, paradossale. La scrittura di Ildegarda non è la parola che parla alla ragione, ma è la scrittura dell’immagine che parla al cuore o, se si preferisce, all’anima.

È grazie alla scrittura che Ildegarda la visionaria, la donna fragile e illetterata scossa sin da tenerissima età dalle “visitazioni dello Spirito”, diventa la filosofa dall’immaginazione più potente che abbiamo ricevuto in eredità dal medioevo. La scrittura è l’alchimia che trasforma e plasma, che rivela e costruisce identità.

Osservando le immagini delle visioni del Liber divinorum operum ci si imbatte in una stratificazione di significati il cui punto d’inizio si perde nell’oblio del tempo. C’è tra l’immagine e il testo una diversa dimensione temporale che coinvolge rispettivamente il passato e il futuro. C’è un punto di incontro che è anche punto di partenza, costituito dalla sospensione del tempo e dello spazio nel momento creativo della scrittura. È qui che dall’hic et nunc di un eterno presente, il senso dell’immagine srotola via verso un misterioso passato, mentre la danza delle parole apre la strada ad un possibile futuro. Un futuro che, tuttavia, senza l’immagine del passato non sarebbe possibile.

Autore dell'articolo: A cura della Redazione

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