L’enigma di Finkler – Howard Jacobson

“Il mondo si poteva suddividere in quelli che volevano uccidere gli ebrei e quelli che volevano essere ebrei. I brutti tempi erano semplicemente quelli in cui i primi erano più numerosi dei secondi”. Un’ironica, amara, profonda riflessione sull’ebraismo britannico. Gli ebrei e l’ironia, gli ebrei e l’humour, gli ebrei e il loro mondo rutilante, gli ebrei e la loro tradizione, gli ebrei visti dall’esterno e considerati dall’interno, con affetto e insofferenza, con timore e desiderio.

La vita e le sue mille contraddizioni, che i tre personaggi del romanzo affrontano ognuno a modo suo: la storia di tre solitudini, di tre modi di vivere l’ebraismo o il mancato ebraismo, un uomo e i suoi (in)successi, un uomo e la sua vergogna, un uomo e la sua piccolezza, in un intreccio di ricerca di identità e di aspirazione alla conoscenza, al superamento delle barriere e all’innalzamento di muri.

Una buona idea tirata troppo per le lunghe e confinata in un’atmosfera tutto sommato troppo ristretta, che manca di respiro generale: Jacobson gioca un gioco a tira e molla con i luoghi comuni sugli ebrei e sui britannici, con una prosa accattivante e degli sprazzi di genialità, ma trattandosi di un “man booker prize”, mi sarei aspettata una trama meno autoreferenziale ed una narrazione dal respiro più ampio.

 

Ariela Faso

 

 

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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