Gli indifferenti – Alberto Moravia

Non potevo continuare a snobbare uno dei più grandi romanzieri italiani dell’ultimo secolo, non volevo più portarmi dietro una lacuna così grossa. Non so da dove sia nata la mia antipatia epidermica verso questo pilastro della letteratura, del teatro, dell’intellighenzia e della politica, ma almeno adesso so dove va a finire.

Ho letto questo suo romanzo d’esordio pronta a perdonare eventuali giovanilismi e ingenuità. Invece ho trovato un’inaspettata profondità di introspezione e di osservazione, una feroce critica alla corruzione dei costumi e della società, una metafora quanto mai calzante del degrado a cui va incontro il nostro paese negli anni in cui Moravia scrive.

Bravo, bravissimo a scandagliare nell’animo umano, a costruire un romanzo completo dentro una struttura teatrale, a tener desta l’attenzione, a dar vita a personaggi indimenticabili ed a farsi precursore e apripista dell’esistenzialismo europeo. Detto ciò, devo confessare che la mia personale antipatia, che prima era solo un pregiudizio, adesso si conferma in tutta la sua potenza.

Per me lo stile è importante, non posso farci niente, e mi infastidisce e mi irrita questa sua forma pomposa, altezzosa, quasi barocca, a contrasto con la narrazione di fatti comuni, di carattere familiare o poco più. Il narratore troppo onnisciente, quasi giudicante, i pensieri e le azioni dei personaggi troppo enfatizzati hanno reso questa lettura più pesante del dovuto, e non certo per i contenuti.

La lettura è nutrimento per la mente e per lo spirito, ma dev’essere un piacere: quando il fastidio per la forma riesce ad appannare l’appagamento dello spirito il piacere è dimezzato, il risultato è insufficiente.

 

Ariela Faso

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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