Io non mi chiamo Miriam – Majgull Axelsson

Se l’ennesima storia di Olocausto dev’essere, che almeno sia intensa: è questo che ho pensato, leggendo un po’ delusa, un po’ prevenuta, un po’ incuriosita le prime pagine di questo romanzo. Perché l’argomento è noto, e il rischio di ripetitività è alto, e con tutto il rispetto per le sofferenze, le morti, le sopravvivenze, affrontarlo con una certa dose di originalità non è facile. Eppure questa scrittrice svedese non solo trova un punto di vista diverso, ma adotta, dapprima con fatica poi sempre più fluidamente, un ritmo crescente, inserito in una struttura narrativa non originalissima ma ben costruita.

Potrebbe sembrare banale, la solita rappresentazione dell’anziana signora che racconta alla nipote la storia di una deportazione, ma c’è di più: un sapiente uso di svariati registri, il flusso di coscienza intercalato da flashback e dal fluire della giornata di festa, la verità nascosta che viene svelata a poco a poco. Il tormento di una vita di menzogne, la necessità di mentire per sopravvivere, i rimorsi, le paure, le intolleranze, i campi di concentramento, le atrocità e la forza di una donna che porta sulle spalle non solo la memoria di infinite sofferenze, ma anche il rimorso di una vita rubata, la vergogna di un atto crudele ma necessario, il silenzio che tutto congela.

L’imperativo è sempre stato dimenticare sé stessi in una lotta per la sopravvivenza fatta di solidarietà e meschinità, di condivisione e piccole furbizie, di affetto, di disperazione e di coraggio. E dimenticare e occultare ancora, anche dopo la liberazione, è stato il filo conduttore di tutta una vita, perché nella vita perfetta di Miriam non c’è spazio per la piccola Malika, non ce n’è mai stato fino a questo compleanno in cui tutto sembra scomporsi e fluttuare, per ricomporsi in una nuova dimensione, fino ad arrivare alla rivelazione finale che somiglia tanto ad un’autoassoluzione.

Ariela Faso

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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