Il senso di una fine – Julian Barnes

Questo romanzo è un busillis. Succedono poche cose basilari e molte ne vengono nascoste. E tutte le curiosità del lettore vengono bellamente ignorate, le domande che il protagonista/voce narrante dall’ego smisurato e dalle ridotte capacità intuitive si pone rimangono senza risposta. Una vicenda con un finale a sorpresa che lascia insoddisfatti, perché il senso è nella ricerca, e non nella soluzione.

Immagino gli amanti del noir, del giallo, della suspense sollevarsi inviperiti contro un autore che sembra prenderli in giro, portarli a spasso avanti e indietro nel tempo e nella memoria, trascinati da questo segaiolo da strapazzo che annaspa nella propria vita senza porsi delle vere domande e senza capire il perché di ciò che gli accade, che gira intorno agli avvenimenti ronzando come un moscone impazzito, per finire spiaccicato contro il vetro di una finestra chiusa.

Ma io non amo il noir, il giallo, la suspense, e mi sono goduta questa passeggiata nella mente di uno sprovveduto, che, tra menzogne e agnizioni, si pone le domande sbagliate e giunge a conclusioni errate, fruga in una memoria che si rivela più volte fallace, torna su decisioni già prese, non si dà pace o se ne dà troppa, crede di essere arrivato ad una soluzione e piomba in una spirale di incomprensioni.

La mente dell’uomo è un’arma potente che se usata con imperizia nasconde quando dovrebbe svelare, si chiude quando dovrebbe squarciarsi. E l’uomo che non è avvezzo al suo utilizzo non ha risorse contro la crudeltà e l’imperscrutabilità dei suoi simili.

Ariela Faso

 

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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