Cosmopolis – Don De Lillo

Sì, lo so, non c’entra niente, e i due romanzi non sono lontanamente paragonabili, ma fin dall’inizio mi sono sentita come trasportata dentro un Ulisse di Joyce in miniatura. Chi lo ha letto a questo punto mi dirà che sono davvero impazzita: abbiamo un’avventura postmoderna in uno scenario urbano devastato, a bordo di una limousine nel bel mezzo di una crisi azionaria e di una manifestazione di protesta. Siamo travolti da una narrazione costellata di colpi di scena, con un’atmosfera tra lo splatter e il gioco di ruolo, in un contesto adrenalinico e visionario. Eppure, forse perché questi aspetti non mi sono proprio congeniali, mi sono concentrata su un altro versante della narrazione, quello più “filosofico”.

Perché se è vero che a una prima occhiata questa scrittura ricorda più Pynchon che Joyce, è comunque innegabile che si tratta di una modernissima odissea che si svolge nell’arco di una giornata, nella quale le varie avventure del protagonista e di tutti i personaggi che gli ruotano intorno – primo tra tutti l’antagonista/alter ego, i flussi di coscienza, l’innovazione del linguaggio e persino il finale poco canonico sono tratti che non posso non ricollegare – con le dovute distinzioni – a quel grande capolavoro del XX secolo.

E che dire dell’ironia, della denuncia sociale, del ruolo della donna ripensato e rivisto? Insomma, secondo me i riferimenti sono molti. Bravo De Lillo a farmi rivalutare in seconda battuta un libro che all’inizio ho trovato veramente fastidioso da leggere, o folle io che pur di non distaccarmi dalla buona impressione che mi aveva fatto “Underworld” mi perdo in correlazioni inesistenti?

 

Ariela Faso

 

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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