Analisi della conversazione: di cosa si tratta?

L’Analisi della conversazione (AC) è una branca della linguistica che si occupa dello studio dell’interazione tra parlanti condotto (in modo empirico) sulla base di dati registrati (audio e video) del loro comportamento linguistico orale nei contesti ordinari e quotidiani in cui si trovano ad interagire. L’AC aiuta, quindi, a rivelare aspetti del comportamento che sono sottili e delicati, e che strutturano nei più minuti dettagli i rapporti tra gli individui.
Questo e molto altro sarà al centro degli approfondimenti che l’esperta di Linguistica interazionale e Analisi della conversazione Virginia Calabria, attualmente dottoranda in Linguistica all’università belga KU Leuven, dedicherà ai lettori di #CasiQuotidiani.

PARTE PRIMA. Questo è lo «scopo» accademico della disciplina: accrescere la conoscenza dei meccanismi di interazione che strutturano in modo costante e impensato le relazioni sociali. Privilegiare il punto di vista linguistico significa certamente adottare una prospettiva peculiare, senza escludere però che lo stesso dato osservato può essere contemporaneamente oggetto di indagine di altre discipline che possono dialogare per costruire una Weltanschauung (concezione del mondo) globale.

Le basi dell’AC vengono gettate all’Università della California dai lavori del sociologo e linguista Harvey Sacks, con la collaborazione di Emanuel Shegloff e Gail Jefferson, negli anni Sessanta. A partire dalla raccolta e dall’osservazione di un corpus di telefonate registrate dal Center for the Scientific Study of Suicide di Los Angeles, i tre studiosi elaborano un metodo per guardare ai comportamenti sociali emergenti dall’interazione, in prima battuta al telefono.

Nello stesso periodo Harold Garfinkel (1967) dà vita alla disciplina che verrà chiamata etnometodologia (il termine si riferisce all’insieme dei ”metodi” impiegati dagli attori per creare e sostenere, nei confronti del mondo sociale, la quotidianità e la naturalità del vissuto sociale; l’e. studia in particolare i fenomeni cosiddetti ”microsociali” non oggettivabili in sistemi di regole treccani.it) nell’ambito della sociologia (mentre Erving Goffman guarda alla questione dal punto di vista dell’etologia). Il crescente interesse per il funzionamento degli attori nel contesto sociale porta diverse discipline alla fondazione di metodi di ricerca nuovi.

Negli anni Ottanta John Heritage parlerà di «architettura dell’intersoggettività» per suggellare la presa di coscienza nelle scienze sociali circa l’importanza degli attori coinvolti negli scambi e della struttura delle loro azioni. L’attenzione si sposta dal cosa succede al come succede: l’AC si interessa non solo a cosa ma soprattutto a come si interagisce, al comportamento visibile di parlanti, partendo dall’assunzione che nessuna considerazione può essere fatta dallo studioso a priori, ma tutto è rilevante e viene considerato man mano che si manifesta. Una delle specificità dell’AC rispetto all’etnometodologia consiste proprio nell’esplorare il contesto sociale in relazione alla lingua realmente in uso dai parlanti.

Negli anni Settanta, Jefferson crea un sistema di annotazione e trascrizione dei dati di parlato per rendere universale la comprensione dei testi trascritti, che sarà poi usato e applicato a tutti gli studi successivi. Agli albori della disciplina, l’AC di Sacks si preoccupa di definire alcune regole, non prescrittive, di orientamento e di riferimento per capire il comportamento degli attori sociali. Grazie a queste regole, inoltre, gli stessi attori potevano (e possono) comprendere il comportamento reciproco. L’analisi della conversazione nasce, quindi, all’interno di un frame di stampo sociologico. Questo dato è tutt’altro che trascurabile, in quanto la sociologia si occupa dei processi alla base dei fatti sociali visti in trasformazione e secondo linee di sviluppo precise: l’idea di progressione e l’idea di trasformazione sono alla base del metodo conversazionalista. Inoltre domande che hanno interessato la psicologia, la psichiatria e la linguistica non sono estranee alla sociologia.

In cosa consiste questa metodologia e quali sono gli strumenti operativi? L’unità minima della conversazione è il turno, ovvero ciò che viene detto da un parlante in una sequenza, preceduto e seguito da quanto viene detto da un altro o da altri parlanti, che si sovrappongono o intervengono nei cosiddetti punti di rilevanza transizionale: punti in cui l’ascoltatore pensa che il parlante abbia terminato il suo turno e può quindi adesso subentrare con il proprio turno. Un sistema chiamato turn-taking (presa di turno) permette di considerare come e se questa sequenza venga rispettata e le modalità in cui si svolgono le azioni comunicative; se le azioni sono orientate a uno scopo specifico; se il contesto è istituzionalizzato e quindi se i ruoli dei partecipanti sono predefiniti il loro parlato è tipizzato o, quanto meno, ricco di stereotipie linguistiche, cioè formule e tecnicismi del mestieri (ad esempio, un’interazione in un’aula di tribunale dove sono coinvolti giudici, avvocati, imputati, ecc.).

Due concetti chiave sono dunque la sequenzialità e l’avvicendarsi di turni di parlato tra i due o più parlanti facenti parte dello scambio comunicativo. Durante la conversazione, i parlanti assumono diversi ruoli, che possono rimanere fissi o variare; ogni parlante orienta il proprio turno verso un recipient, il o i riceventi, e quindi in base all’interlocutore “sa” come formulare il messaggio. I turni si sviluppano seguendo il concetto di «preferenza», cioè secondo la coerenza e la direzione che ha preso il discorso: turni particolarmente concatenati (domanda-risposta; richiesta-reazione, ecc.) si chiamano “coppie adiacenti”. Non è tuttavia solo rispondendo con frasi di senso compiuto (grammaticalmente, cioè dotate di soggetto e verbo) che si partecipa alla conversazione: l’attività definita di back channelling è, in verità molto frequente e consiste in reazione minime del tipo mh mh, sì, mh, certo, che vengono date in risposta a una narrazione per far capire al parlante che il canale è aperto alla comunicazione e che l’ascoltare sta seguendo la narrazione.

Nel parlato spontaneo è, inoltre, ricorrente l’alternarsi di pause al discorso così come esitazioni, ripetizioni, riparazione di quanto detto, tutto per la natura della conversazione che si svolge davanti ai partecipanti. A differenza dello scritto, per correggere quanto detto si deve prima averlo già detto, non si può semplicemente eliminarlo. “Opposte” alle pause, ma anche a volte conseguenza di esse, sono le sovrapposizioni: in certi casi i parlanti parlano insieme, accade di frequente in conversazioni con più di due parlanti; ad esempio dopo una lunga pausa, è stato notato che per “rompere il silenzio” due o tre parlanti iniziano un turno che si sovrappone a quello degli altri. Interessante è che se nell’intendere comune sovrapporsi a qualcun altro è visto come un fenomeno anti-collaborativo, in verità spesso serve proprio a mostrare all’interlocutore interesse, attenzione, in altre parole cooperazione (ci si sovrappone anche per finire il turno dell’altro mostrando di aver capito prima che l’altro completi, cosa volesse dire.)

Lo studio, in questo caso linguistico, di fenomeni come la riparazione, le ripetizioni, le esitazioni, le sovrapposizioni tra più parlanti è finalizzato proprio a mettere in evidenza l’abilità di riflessione metalinguistica dei parlanti, quindi la loro comprensione e il loro intervento, in corso d’opera o online, su quanto stanno facendo insieme, poiché, come dicono le due studiose Fasulo e Pontecorvo (in un lavoro del 1999): «una prima analisi del parlato è condotta già dai parlanti». In questo caso la cooperazione è necessaria, il rendersi conto, ad esempio, dall’espressione dell’interlocutore che quanto si sta dicendo non è chiaro o condiviso porta il parlante a cambiare progetto e a riformulare o attenuare il contenuto del messaggio.

Virginia Calabria

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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