Per non saper né leggere né scrivere – Torgny Lindgren

Se soffri di alessìa, se non riesci a tenere a bada le lettere, se non sei in grado di leggere né di scrivere, tutto ciò che ti resta per nutrire la tua sete di conoscenza sono le immagini. E alle immagini ti aggrappi come unico veicolo di verità, perché le parole ingannano, mentre la musica è un surrogato di una presenza materna che si rivela essere un’assenza.

E quando l’insegnante si tira indietro, tua madre non è in grado di aiutarti e tuo padre ti considera un ritardato, allora ti tocca ricominciare da zero, facendo tesoro del bagaglio culturale che solo il nonno era stato in grado di fornirti, inseguendo un’ossessione verso una forma d’arte e facendo in seguito di tutta la tua vita l’inseguimento di un’ossessione.

Ma in questo romanzo niente è ciò che sembra, e la perfida ironia dell’autore dà forma ad uno spaesamento che parte dall’anonimo, ingenuo, tracotante protagonista e si trasmette al lettore: perché un libro di sole immagini, che contiene tutta la sapienza del mondo è al contempo salvezza e perdizione di chi lo venera; perché il migliore amico è un giornalista che usa le parole per travisare o inventare i fatti; perché una lettera non scritta è l’esatto contrario della stessa lettera non letta; perché l’accenno al rogo dei libri dei nazisti e la quasi contemporanea invettiva contro gli scrittori comunisti avvengono in un contesto molto simile all’inferno di Dante.

Tutto lascia pensare che l’intento di Lindgren sia di formulare, attraverso molteplici riferimenti culturali alle arti e alla letteratura, un’invettiva contro la scrittura, per rivalutare la purezza delle immagini. Ma quale valore può avere una simile invettiva se questo intento viene raggiunto tramite una coltissima, raffinata, camaleontica, iperbolica prova di scrittura?

 

Ariela Faso

 

 

 

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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