Il rapporto tra Analisi della conversazione e schizofrenia

Dai precedenti articoli di Virginia Calabria è emerso un quesito stimolante sul ruolo che l’analisi della conversazione potrebbe ricoprire in qualità di strumento diagnostico e di comprensione del mondo. Ma in che modo è possibile avvalersi dell’analisi della conversazione non solo come mero strumento epistemologico-speculativo?

Per rispondere alla domanda posta nei precedenti approfondimenti e sintetizzata nel cappello introduttivo di questo nuovo articolo, è opportuno passare a un esempio pratico e, per far ciò, entrerò in una dimensione più “personale”, un’esperienza che per un po’ è stata anche “quotidiana”.

È l’ottobre del 2016, sono nel pieno della mia ricerca per la tesi di specialistica e ho da poco definito l’argomento: applicherò l’analisi della conversazione al parlato di pazienti di una casa di cura affetti da schizofrenia, al fine di vedere se l’AC, che permette di scandagliare i processi di negoziazione del significato e cooperazione fra i partecipanti che sono alla base di ogni scambio comunicativo, può interagire con la “scissione della mente” e il gap cognitivo che contraddistinguono la schizofrenia e minano per definizione i tentativi di collaborazione.

L’idea mi era venuta qualche tempo prima dopo avere letto un testo di neuropsicologia cognitiva nel quale lo psicologo Christopher Frith (1995: 111) afferma: «La causa decisiva della comunicazione errata nella schizofrenia è che il paziente non riesce a tenere conto della conoscenza dell’ascoltatore quando costruisce le proprie espressioni».

Decido, quindi, di registrare alcuni ospiti di una struttura predisposta proprio all’accoglienza e assistenza medica di casi di patologie psichiche, e, particolare non irrilevante, di registrare me stessa come parte attiva dello scambio conversazione. A questo punto è necessaria una premessa: non bisogna pensare a delle interviste che una ricercatrice conduce allo scopo di avere specifiche informazioni, ma più al tentativo di raccogliere dati di parlato spontaneo, conversazioni senza argomento predefinito che iniziano con saluti (greetings in AC), presentazioni (sequenze di apertura), sequenze di richiesta del permesso di essere registrarti (invito-accettazione) e avvio dello scambio dialogico in qualsiasi direzione il parlante inizia a seguire. L’esempio che sto per portare è il più complesso poiché, rispetto allo schema semplificato appena brevemente descritto, presenta caratteristiche peculiari.

Dunque è ottobre. Il medico di turno mi informa circa la possibilità di parlare con Aldo. Mi spiega il quadro clinico: Aldo è uno schizofrenico paranoide con una mania di persecuzione che lo affligge da più di quarant’anni, come lui stesso mi comunicherà all’inizio del nostro primo incontro. La sua schizofrenia presenta i maggiori sintomi positivi (contrapposti a “negativi”, cioè che si manifestano con assenza o presenza di allucinazioni visive e/o uditive) caratteristici della psicosi, il delirio e le allucinazioni. In particolare Aldo, sulla settantina, è affetto da delirio di furto del pensiero, delirio di influenzamento e delirio di intersezione del pensiero: è convinto che una forza invisibile, a volta detta “LUI”, altre volte impersonificata in un nome e un cognome, gli rubi i pensieri al fine di manipolarli e reinserirli nella sua mente in una forma estranea, da lui non riconoscibile. A questo si aggiunga la presenza di allucinazioni uditive e imperativi, ovvero voci che gli ordinano cosa fare e come comportarsi e a cui non può disobbedire.

Lo troviamo in una stanza piena di libri e fogli scarabocchiati e stropicciati, che legge appunti con una lente di ingrandimento. Inizialmente non ci accoglie bene perché stiamo interrompendo un’attività importante: decifrare la formula che lo aiuti a sconfiggere “LUI” e, quindi, salvare il mondo da questa presenza demoniaca. Il medico gli dice che io non lo interromperò, lo ascolterò in un angolo per un po’ di tempo, con il registratore (già precedentemente annunciato). Mi guarda e dice al medico che forse io son stata inviata per aiutarlo a diffondere al mondo la sua storia e la sua battaglia, quindi posso restare perché lui ha un messaggio da darmi e devo stare attenta a recepirlo bene. Appena il medico va via, Aldo mi avvisa: se proverà paura, signorina, non si preoccupi, LUI fa paura, è “terribile”, “maligno”, “insidioso” e devo stare attenta.

Nessuna sequenza di apertura, nessun saluto, nessuna presentazione, mi passa il foglio che stava cercando di leggere e mi chiede di provare a leggere io stessa. La scrittura è fitta, in tutte le direzioni riempie il foglio e così minuta che è impossibile da leggere senza lente d’ingrandimento. Mi dice che LUI gli impedisce di scrivere bene e lo costringe a scrivere con questa grafia minuscola e incomprensibile così che Aldo stesso poi non potrà rileggere cosa ha scritto, gli manipola la mano e gli toglie la vista: un altro dei suoi trucchi (di LUI ndr.) per ostacolare Aldo nel tentativo di salvare il mondo.

Come pensa di agire, gli chiedo io, qual è il piano. Il prete gli ha detto che l’uccisione è lecita se è contro un tiranno, mi dice, e questo gli ha alleggerito il cuore perché ora sa che può uccidere LUI e impedirgli una volta per tutti di torturare lui e altre vittime.

Se l’uso dei pronomi di riferimento (“lui”, “gli”) dovesse aver creato qualche confusione, fino ad adesso, nella mia scrittura, questa è in realtà la stessa confusione che ho provato io mentre non capivo se Aldo parlasse di se stesso versus qualcun altro, oppure di se stesso alias qualcun altro: la schizofrenia è la malattia per eccellenza della scissione (dal greco σχίζω “dividere” e φρήν “anima” come sede di mente e intelletto).

Come pensa di ucciderlo, gli chiedo. Sta progettando una macchina, come posso vedere dai vari libri di ingegneria aperti sul letto. Aldo è uno dei primi della sua generazione e nel luogo da cui proviene ad essersi laureato in ingegneria informatica e ad essere partito per fare un dottorato in America. Il dottorato, però, non l’ha poi finito, perché LUI è arrivato a impedirglielo, forse perché lo riteneva troppo pericoloso e ha dovuto bloccarlo dal proseguire gli studi: il prima e il dopo la malattia ormai sono confusi per Aldo, ma quello che mi racconta è vero: il suo medico me lo conferma e a me si stringe il cuore ancora di più. Soffre molto più del normale, mi dice il medico, perché ha una mente incredibile e questo rende il duo delirio fuori misura.

Rivedrò Aldo due volte dopo la prima conversazione, e proprio da una sua domanda rivolta a me durante una di queste volte nascerà, alcuni mesi dopo, il titolo della mia tesi “Come faccio a capire me stesso?”.
Ci sarebbe ancora molto da dire, sulle mie sensazioni di smarrimento e nello stesso tempo di empatia, sulla tristezza e la grandezza che la personalità di Aldo trasmettevano. Nel prossimo articolo però affronterò la seconda parte di questa storia: il suo utilizzo come esempio nella mia ricerca e della mia ricerca.

Virginia Calabria, esperta di Linguistica interazionale e Analisi della conversazione, dottoranda in Linguistica all’università belga KU Leuven

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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