Renoir, mio padre – Jean Renoir

Voglio essere chiara fin dall’inizio: pur apprezzando il lodevolissimo lavoro di raccolta di ricordi, la ricchezza di particolari e di notazioni, l’attenta descrizione di persone e luoghi, ho trovato irritante la mancanza di struttura di questo libro.

Quella che avrebbe potuto essere una gradevolissima passeggiata insieme ad una grande figura di uomo e di artista si è trasformata in un faticoso percorso accidentato, irto di notizie mal assortite, di frasi prive di soggetto, di voli pindarici da un argomento a un altro, di paragrafi che si susseguono disarticolatamente senza nemmeno la scusa o il conforto di un tentativo di flusso di coscienza.

Nessun percorso, né a ritroso né con flash back e flash-forward, niente di lontanamente organizzato: il racconto è tutto lì, sparpagliato sulle pagine, come una tavola apparecchiata da un folle: posate e stoviglie sono ricche e abbondanti, ma nulla è al suo posto.

Mi sembra incredibile come da una scrittura trasandata, spezzata, scoordinata, introversa e disorganizzata come questa possa comunque emergere un ritratto sociale particolareggiato, una Parigi vividissima, personaggi più e meno noti tratteggiati con perizia. Ma quello che soprattutto viene fuori con una forza inaspettata, è una figura imponente, un uomo completo, con la sua personalissima filosofia, le sue piccole e grandi manie, la sua profonda saggezza e la sua disarmante ingenuità, la sua progressiva debolezza fisica soppiantata da una crescente forza di volontà e un’immensa voglia di vivere.

 

Ariela Faso

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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