Canto della pianura – Kent Haruf

Dopo Benedizione, che mi aveva catturata per lo stile asciutto e la rudezza dei personaggi, leggere questo romanzo mi è sembrato come visitare un’altra cittadina, una Holt raccontata da un altro.

Kent Haruf
Kent Haruf

È vero che l’atmosfera è sempre quella: sembra di muoversi nella povere delle strade delle campagne statunitensi, ed anche in questo caso, come in “Benedizione”, l’isolamento e la chiusura che dominano gli animi degli abitanti si dissolvono quando si tratta di fare fronte comune contro un’avversità.

Purtroppo, però, il linguaggio è meno incisivo, quasi baroccheggiante e, ancora una volta, il racconto va di pari passo col linguaggio (anche qui Haruf non si smentisce) e la storia assume un sapore dolciastro da telefilm in cornice western degli anni ‘80 (ricordate la saga degli Ingalls?).

La delusione, per fortuna, è mitigata dall’ammirazione per la costruzione di una struttura a incastri perfettamente funzionante, in cui ogni personaggio ha il suo ruolo ben definito che finisce dove comincia quello del suo vicino.

La narrazione, articolata e poliedrica, si dipana tra le strade di Holt senza incepparsi, come un meccanismo ben congegnato, come le ruote di due biciclette, come la vita che si ostina a nascere.

 

Ariela Faso

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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