Il linguaggio della nostalgia

Una circostanza sicuramente fortunata per chi si approccia all’analisi della conversazione è costituita dal rendersi conto del valore che hanno i propri dati. Il linguista raccoglie dati di parlato in forma di registrazioni audio e/o riprese video: il setting può essere più o meno formale (da una cena, a una lezione universitaria a un processo in tribunale); il numero dei parlanti può variare da due a indefinito (con la possibilità di situazioni comunicative molto complesse in cui nonostante l’interazione avviene fra molti partecipanti, si assiste spesso a una divisione interna in gruppi separati di parlanti ognuno con un topic che si lega e si distacca da quello che era il topic principale di interazione comune); i dati sociolinguistici dei parlanti (età, sesso, provenienza geografia, istruzione, ecc.) possono essere disomogenei.

Nonostante l’incalcolabile vastità di possibilità interazionali che il linguista può trovarsi a voler (dover) analizzare, una caratteristica è comune ai dati di parlato e li rende così preziosi: una conversazione spontanea è sempre irripetibile, per quanto possa essere riprodotta all’infinito, l’evento in sé è originale e unico in quel “tempo” e quello “spazio”. Detto nei termini dell’AC – che affonda le radici nella sociologia – ogni interazione si descrive in un contesto specifico quindi è situata, e il contesto è costruito, quindi è soggettivo e mai oggettivo (“indessicalità”); le pratiche sociali sono costruite in modo riflessivo, c’è un rapporto strutturante e strutturato fra l’intelligibilità e i suoi contesti pratici (“riflessività”); gli attori sociali attribuiscono in continuazione un senso alle proprie e alle attività degli altri (“accountability”). Tutto ciò rende l’interpretazione della loro conversazione da parte dei partecipanti stessi ancorata al qui e ora dell’evento comunicativo. Ma soprattutto, una conversazione qualsiasi racconta sempre una o più storie e l’analisi della conversazione, allora, aiuta a ri-raccontarle con una consapevolezza diversa.

La storia di questo intervento è ancora una storia di malattia, ma soprattutto è una narrazione di nostalgia.

La storia di Paola, come per Aldo, è narrata dall’interno della struttura in cui è ricoverata a causa della sua diagnosi di psicosi psicorganica, una forma di schizofrenia borderline con una diagnosi di demenza che compromette anche le funzioni fisiologiche della persona che ne è affetta. Paola, infatti, non si muove senza il suo bastone a girello che, mi dirà poi, è un ausilio prezioso per i suoi piedi gonfi. In realtà Paola, in apparenza, non ha un problema fisico, ma il problema neurologico coinvolge il lato fisico: ciò spiega anche perché Paola sembra molto più grande dell’età che ha. La conversazione con Paola avviene tra le mura di quella struttura, in autunno. È una signora affabile con lunghi capelli grigio-bianchi e occhi ludici. Dimostra subito una gentilezza disarmante ed è piacevole parlare con lei. Più che schizofrenica, inizialmente a me era sembrata affetta da una sorta di demenza senile poiché dimenticava alcune cose già dette e poi le ripeteva come fossero un ritornello. Solo dopo l’analisi, mi sono resa conto che in effetti il suo era un vero e proprio ritornello in cui si ripetono sempre gli stessi versi: i membri della sua famiglia.

Gli occhi le diventano lucidi quando pensa che resterà sola perché il suo unico amico nella struttura andrà via a fine ottobre, quando le comunico che non posso tornare più di tre volte (anche se mi piacerebbe), e quando nomina uno dei membri della sua famiglia. Mi accorgo dopo pochissimi minuti di conversazione che solitudine e nostalgia si intersecano nelle parole di Paola come le piccole rughe intorno ai suoi dolci occhi.

 

Virginia Calabria

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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