Faber – Tristan Garcia

Non si può non lasciarsi trascinare dal linguaggio altamente evocativo, dalle mille sfumature di questo romanzo in cui la narrativa è solo un pretesto per parlare di filosofia, politica, linguistica, letteratura, denuncia sociale e non so quante altre cose che probabilmente mi sono sfuggite, perché quello di cui ho appena chiuso l’ultima pagina ma la cui copertina non riesco a smettere di guardare è uno dei romanzi più densi e poliedrici che mi sia capitato di leggere.

Non è solo la storia di un’infanzia rifiutata, di un eroe decaduto, di un passato da riscattare. Non è solo un romanzo nel romanzo, espediente che riesce a dare una sfumatura esoterica ad un’ambientazione altrimenti forse troppo piatta. Non è solo un racconto corale a tre voci (più una), che si addentra nelle più piccole pieghe della mente e dell’animo di tutti i protagonisti. Non c’è solo la meraviglia di un utilizzo ambivalente dei nomi propri sia del paese che delle persone, che del fiume.

È tutto questo e qualcosa in più, è la nemesi, la distruzione della bellezza, dell’amicizia, dell’amore, di tutto ciò che esisteva in nuce e non è riuscito a svilupparsi. Ma anche l’affermazione dello spirito di lotta e di indipendenza, che sopravvive al destino di morte e si prepara (forse) a ricostruire una realtà rinnovata.

 

Ariela Faso

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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