Il fenomeno Greta Thunberg

Quello che ci vuole ma che in realtà non ci basta.

Da circa un anno a questa parte, si è diffuso a macchia d’olio il “fenomeno Greta Thunberg”, il caso della giovane sedicenne svedese diventata il simbolo mondiale della lotta contro il cambiamento climatico. Ricordo di aver guardato dei video l’anno scorso in cui la giovane interveniva durante una conferenza per discutere sull’importanza di cambiare le politiche nazionali e mondiali in materia di ambiente e clima. Tono deciso, parole forti per una ragazzina di soli quindici anni.

Dopo pochissimo tempo, Greta Thunberg si è trasformata in un vero e proprio personaggio approdando su svariati canali, dalla tv ai social media. Intervenendo in importanti conferenze mondiali come Cop 24 (Conferenza delle Parti sul Clima del 2018) fino all’incontro con il Pontefice per promuovere la sensibilizzazione verso i problemi che affliggono il nostro pianeta con scioperi mondiali per il clima.

Tuttavia, la crescente fama della ragazzina su scala mondiale ha incontrato fin da subito l’ostacolo più grande e per tanti il più temuto: l’opinione pubblica, (de)generata soprattutto sui social e sul web. A seguire, l’orda di complottisti che non può mai mancare. L’aspetto che più mi ha colpito di questo fenomeno, di questa piccola persona affetta tra l’altro dalla sindrome di Asperger e da deficit di attenzione/iperattività, è la tenera età. Insomma, lei a 15 anni sta provando a cambiare il mondo, ha smosso le coscienze delle persone per aprir loro gli occhi sulla situazione climatica attuale. Checché se ne dica di questa coraggiosa sedicenne (Libero incluso che ormai, più che una testata giornalistica mi sembra Il Vernacoliere), il suo coraggio e la sua determinazione sono da ammirare.

Ad esempio, io a quindici/sedici anni lottavo contro il libro di storia e quello di matematica. Altri in quella età, in altre epoche storiche combattevano in guerra. Altri ancora invece pensano a come passare il weekend tra una serata e l’altra. Punti di vista soggettivi distinti e diversi. Ed è proprio qui che mi preme soffermarmi: stiamo giudicando una ragazzina, vomitiamo giudizi e offese senza pensare a ciò che abbiamo fatto noi a quell’età, tradendo quei discorsi che ci facevano da piccoli nelle scuole elementari come “il mondo per cambiare ha bisogno di persone coraggiose” oppure “è da piccole azioni che si può cambiare il mondo” eccetera eccetera.

In molti accusano la ragazza di essere solamente un burattino nelle mani di lobbies e grandi multinazionali e dei genitori appartenenti alla classe borghese svedese che, secondo molti, hanno trovato una grande fortuna nel primo libro scritto dalla figlia e dalle miriadi di pubblicità. La lotta al cambiamento climatico sembra dunque aver trovato in Greta Thunberg la paladina della situazione, l’eroina in grado di mobilitare le masse per la cessione definitiva delle emissioni CO2. Ma non è del tutto vero o almeno, non è proprio così che stanno le cose.

Informandomi sul problema in materia di emissioni di gas climalteranti che sta tanto a cuore alla ragazzina, ho scoperto – grazie ad una tavola grafica elaborata dall’istituto IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) – che per contenere l’aumento della temperatura, le emissioni di CO2 devono essere azzerate entro il 2050. Di certo queste date non sono poi così lontane da noi ma la battaglia di Greta tralascia un importante punto: mentre UE e USA tagliano le emissioni di CO2 da almeno un decennio, la Cina raggiungerà, auspicabilmente, il picco entro il 2030 e l’India, presumibilmente, durante il decennio successivo (Econopoly, S24O).

Da una parte nazioni che si stanno affermando sempre con più ferocia in modo indipendente rispetto all’equilibrio mondiale, dall’altra Paesi che tentano la scalata per il successo. Economie emergenti, provenienti verosimilmente da realtà che nell’immediato presente fanno parte dei Paesi del Terzo Mondo, potrebbero vedere una loro ascesa socioeconomica bloccata da un’ideologia che non si presta alla realtà dei fatti.

Qual è la soluzione dunque al cambiamento climatico? Secondo Econopoly, le principali soluzioni si tradurrebbero in un graduale potenziamento della capacità nucleare globale, investendo sull’idrogeno, catturando la CO2 al momento dell’emissione o direttamente in atmosfera perlustrando le opportunità che offre la geoingegneria.

In conclusione, seppur l’ideologia della svedese si scontri duramente con la realtà fattuale, non è detto che non sia stato un modello per molti soprattutto per i più giovani che, a mio avviso, hanno trovato nella loro coetanea un faro di speranza. “I giovani sono il futuro”, dicono. E Greta per me ha lasciato il segno.

Martina Russo

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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