Qualcosa sui Lehman – Stefano Massini

Quando ci si approccia a quest’opera senza preparazione, come è successo a me, ci si trova spiazzati da un testo difficile da catalogare: non è prosa, non è poesia, non è testo teatrale, pur essendo l’adattamento successivo della prima stesura di ciò che poi diventò “The Lehman Trilogy”, in scena sui palcoscenici di mezzo mondo.Qualcuno l’ha definito una ballata, ed è secondo me il termine più adatto per indicare la cadenza di questo ritmo cantilenante e sincopato, ostico al primo sguardo, ma poi sempre più naturale andando avanti nella lettura. E di ballata ha anche il sapore scanzonato, l’ironia pungente e spesso amara, il susseguirsi dei “giri di giostra” delle generazioni. Perché si tratta di un’epopea, di un’odissea, in cui i caratteri dei personaggi sono definiti in poche parole, a volte ridotti a macchiette, talmente sono uguali a sé stessi. Ma la meraviglia viene fuori non tanto dall’avvicendarsi delle generazioni, e nemmeno dalla forza di una famiglia che in un modo o nell’altro ha il successo nel sangue.

Lo stupore, la magia, il segreto della riuscita dell’opera come della famiglia sono il risultato dell’accostamento di un personaggio all’altro, dall’interazione fortunata ed efficiente di caratteri diversi. E questa magia riesce a trasformare in poesia una storia di finanza, accostando il denaro all’uomo, umanizzando un meccanismo di dare e avere che non è puro calcolo, non è fredda economia: c’è un continuo aggiustamento, una continua ricerca della propria identità nella storia dell’evoluzione di una famiglia di mercanti che riesce a creare un impero. E la storia dei Lehman non sarebbe compiuta se non andasse di pari passo con la storia dell’America e del mondo, perché la storia dell’uomo, che ci piaccia o no, è rappresentata dal suo rapporto col denaro, che diventa sempre più evanescente e spersonalizzato con l’avanzare degli anni.

Dal commercio del cotone alla crisi finanziaria del 1929, il ritratto di un mondo che non si riconosce più nell’uomo, di un’umanità che ha perso il potere sul denaro, di un’economia che si distacca da ogni razionalità è tratteggiato al passo di una danza vorticosa e travolgente.

Ariela Faso

 

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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