La poesia oggi: nuovo strumento di denuncia sociale?

Alcuni giorni fa, ho avuto l’occasione di assistere a un evento realizzato dall’Università di Siena. Il tema centrale di questo appuntamento era la poesia. Tantissimi studenti provenienti dalle parti più disparate del mondo si sono esibiti davanti ai propri compagni: hanno letto per loro le poesie che più amano in cinese, persiano, ladino, gaelico. Una serata come le altre si è trasformata in una stupenda occasione per avvicinarmi ad alcune culture tanto diverse dalla mia. Ma c’è un dettaglio emerso durante le varie esibizioni che mi ha lasciato basita: la maggior parte delle poesie non parlavano d’amore, di gioia, di attimi di vita vissuta bensì delle guerre che affliggono i paesi dai quali i ragazzi provengono; versi che parlavano di una pace “utopica”, della mancanza dalla propria casa d’origine.

La poesia è un mezzo potente per esprimere le emozioni, e mi sono resa conto che i classici turbamenti dell’animo tipiche delle poesie che ci leggevano al liceo, sono state sostituite da vere e proprie rivendicazioni sociali che i ragazzi hanno affrontato in rime. Un modo forse di ribellarsi all’attuale condizione politica in cui alcuni Paesi versano, un modo di andare contro corrente, contro il pensiero ufficiale. Un modo di dire “basta, così non va”!

La poesia quella sera è diventata denuncia sociale, partita da giovani poco più che diciottenni. In una società che definisce “choosy” o “pigri” gli under trenta, ho riconosciuto negli occhi e nelle parole di quei giovani, miei coetanei, una forza indescrivibile, un ruggito silenzioso che si scontra con le alte barriere culturali e l’ignoranza di molti. Uno strumento per combattere la quotidianità e la superficialità: Luigi Finucci, poeta e scrittore italiano, descrive così la nuova destinazione della poesia, il suo “nuovo” incarico. Di ricordarci che esiste qualcos’altro, tirarci fuori dalla quotidianità, dalla nostra comfort zone risvegliando quel fuoco che a causa di molti si è spento ma non del tutto, mettendoci in contatto con la realtà e non con un’illusione forzata di ciò che potrebbe essere.

Martina Russo

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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