La morte di Noa Pothoven fra etica e fake news

“L’Olanda ha autorizzato l’eutanasia ad una ragazzina di 17 anni”. Questo è uno dei tanti titoli che hanno occupato le prime pagine dei principali quotidiani italiani lo scorso mercoledì. Indignazione e sgomento dell’opinione pubblica nei confronti del “Paese felice” che ha concesso ad una giovane di terminare la sua breve vita attraverso una procedura che in Italia appare ancora come un tabù.

Ma non è trascorso neanche un pomeriggio che subito la notizia è stata smentita. Noa Pothoven non è affatto morta di eutanasia ma bensì si è lasciata morire di fame e di sete sotto gli occhi disperati dei suoi genitori.

Noa era una ragazzina con gravi problemi psichici e fisici, soffriva di depressione e anoressia a causa di terribili episodi di violenza sessuale che l’hanno segnata per sempre. Nulla hanno potuto fare i medici e le cliniche di cura dalle quali si è recata per trovare la pace interiore.

Dopo che la fake news è stata scoperta – grazie a coloro che conoscono,  seppur rimasti in pochi, il valore del giornalismo e l’importanza di riportare una notizia solo se confermata –, il mondo intero ha tirato un sospiro di sollievo. Il periodo di lutto cittadino è finito e tutti son tornati nel proprio angolo sicuro, nella propria comfort zone.

Ma c’è un particolare che è sfuggito ai cittadini del Web e cioè che ad essersi tolta la vita, è stata una ragazzina di soli 17 anni, innocente e trascurata, che già da anni meditava di morire, scelta negata in un primo momento dalla burocrazia olandese. Lo aveva addirittura annunciato sui social (pochi giorni ancora alla mia dipartita). Perché chi di dovere non l’ha fermata? Ma, soprattutto, dov’erano i medici che conoscevano il suo stato emotivo e i traumi subiti? Non sono forse anche loro colpevoli della sua morte?

In molti affermano che cure adeguate unite a un percorso terapeutico corretto possono risanare, seppur in parte, le ferite dell’animo. Magari, dopo una violenza o uno stupro, non si rimane in tal modo da soli ad affrontare un simile fardello. Esiste un aiuto concreto – quello medico, delle associazioni, delle cliniche – laddove la famiglia e gli amici non riescono. Ci sono persone specializzate nel recupero psico-fisico di vittime e sopravvissuti. Ed è proprio questo che è mancato alla giovane Noa.

Quante volte ascoltiamo il telegiornale o leggiamo notizie che parlano di giovani (ragazzi, adolescenti, universitari) che si tolgono la vita? Non è un evento raro, anzi! Molte delle motivazioni che spingono al suicidio rimangono però nascoste dietro pensieri riservati e impenetrabili. Uno strato di oscurità che lascia fuori tutti gli altri (amici e familiari), e dall’esterno si resta immobili a chiedere perché.

Ma non è stato il caso di Noa: lei voleva morire da tempo e l’aveva dichiarato. Lo sapevano in tanti, ma nessuno ha avuto la volontà o la capacità di fermarla. E non è questo allora il vero fallimento della società?

 

Martina Russo

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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