Un sì, un no e una recensione spettinata

“La cantina” di  Thomas Bernhard: decisamente sì!
Lo stile di Bernhard mi cattura sempre. E questo romanzo, con il suo procedere a spirale, è un continuo tuffarsi e riemergere dai flutti dello Stige: un respiro e poi giù all’inferno, una fuga in avanti verso la consapevolezza e poi due passi indietro, a descrivere la disperazione rassegnata. Una danza da derviscio, al ritmo di un fluire di parole che trasporta il protagonista dall’abisso alla rivelazione, dalla routine alla scelta e al riscatto. L’inferno diventa salvezza, perché la tua vita è peggio dell’inferno se non sei tu a scegliere, e non puoi scegliere altro che la direzione opposta, senza mezze misure, dritto all’inferno, che è l’anticamera dell’inferno, quello che ti salva la vita. Un romanzo di formazione, sì, ma raccontato come solo Bernhard sa fare.

“I capelli di Harold Roux” di Thomas Williams: ad un tratto la noia!
Pare che questo romanzo sia piaciuto a tutti: King, Heller, Irving, per non parlare della quasi totale maggioranza dei “semplici lettori” come me. E in effetti, esattamente al contrario dei commenti che ho sentito da più parti, all’inizio la sovrapposizione di piani e identità tra i personaggi mi era sembrato un bel gioco, facile da seguire, ben incastonato, un tuffo in una freschezza di scrittura che ti avvolge senza stritolarti, che promette sviluppi interessanti. Lo scrittore in crisi che dà la colpa alle intromissioni della “vita reale”, le riflessioni sulla scrittura, il romanzo di formazione, la fiaba, il surreale che si riallacciano alla storia principale, ogni ramo con il suo percorso ben definito. Poi è subentrata la noia. Ottimo esercizio di stile, per carità, ma ho avuto l’impressione che più Williams va avanti a costruire ramificazioni e connessioni, meno i suoi personaggi acquistano spessore; è come se fosse già detto tutto nella prima metà del romanzo: la seconda metà un accumularsi di florilegi, un inno alla fantasia fine a sé stessa. Forse per qualcuno questo è un valore in più, ma io ho un problema: la fantasia senza argomenti la ammiro, ma da lontano in quanto elemento estraneo alle mie possibilità.

“Revolutionary Road” di Richard Yates: perché no?!
Con quel linguaggio studiatamente semplice che con pochi tratti vivaci e incisivi va a fondo nella personalità dei caratteri che descrive, con quell’ironia amara e sottilissima che porge un appiglio al lettore per non sprofondare nel vuoto, con quella leggerezza così lontana dalla superficialità che alcuni gli attribuiscono, Yates descrive nitidamente e spietatamente la desolazione e la falsità, la frustrazione, l’ipocrisia della media borghesia dell’America degli anni 50.
Tutti gli abitanti del piccolo sobborgo costruito secondo un discutibile gusto medioborghese inseguono un sogno medioborghese e recitano un copione medioborghese fatto di autocompiacimento e boria: gli uomini inetti, alcolizzati e fedifraghi, le donne più coraggiose, meno inclini a chiudere gli occhi e le orecchie e nascondere la testa sotto la sabbia, ma pur sempre costrette nel ruolo che la società impone loro, si agitano sotto la penna impietosa dell’autore nel vano tentativo di nascondere al resto della comunità le proprie insoddisfazioni.

Anche i due protagonisti principali si inseriscono in questo ambiente prefabbricato, ma hanno delle aspirazioni che vanno al di là della rispettiva inettitudine, aspirazioni che li portano a disprezzare tutto ciò che li circonda, a comportarsi come due volatili imprigionati in un’esistenza che sta loro stretta. Ma non concordano sulla strategia per aprire la gabbia. Lui è la figura emblematica del pallone gonfiato, che mostra di conoscere e di fare molto più di ciò che in realtà conosce e fa, ma nonostante il suo vuoto interiore riesce a spuntarla in quasi tutti gli aspetti della sua vita, proprio grazie al proprio e altrui culto dell’apparenza. Lei, invece, più concreta, più attenta alla vera essenza delle cose, si dà da fare per realizzare ciò che il marito si limita a recitare, anche se – ironia della sorte – in realtà la (mancata) attrice è lei. Ed è lei che rimane bruciata dalla fiamma dell’ardore che la nutre, è lei che soccombe alla scoperta della propria inanità: è la vittoria della società delle apparenze sulla ricerca del significato vero dell’esistenza, mentre l’unico personaggio profondamente e impudicamente cosciente di quanto si svolge sotto gli occhi di tutti è rinchiuso in un istituto di salute mentale.

 

Ariela Faso

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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