Valérie Perrin e la grazia dei cimiteri

Quando, qualche anno fa, è morta la mamma della mia migliore amica del liceo io non c’ero. Anche se non ci frequentiamo più molto assiduamente, mi è dispiaciuto proprio tanto. Oltre tutto lei mi è stata molto vicina quando io ho perso il mio babbo. Ho pensato spesso quindi a come rimediare a questa mia assenza e qualche tempo dopo, in occasione dell’anniversario, le ho proposto di andare insieme al cimitero.

Non vorrei apparire blasfema, ma ci divertimmo molto, checché se ne possa pensare. Il silenzio, i cipressi, i vasi di fiori da raddrizzare sulle tombe, lo scricchiolio della ghiaia, fecero da sfondo a una lunga passeggiata di ricordi e confidenze. Ci salutammo promettendoci che lo avremmo rifatto. E così è stato.

Conosco persone che alla sola idea del cimitero storcono la bocca o fanno i famosi gesti apotropaici. Per me non è così. Sarà per questo che quando ho iniziato a leggere “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin (e/o, 2019) tradotto da Alberto Bracci Testasecca, sono stata subito avvinta dalla lettura. Il romanzo, infatti, è ambientato interamente in un cimitero.

Questo è l’incipit:

“I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità.

(…)

I miei vicini sono morti”.

La società di oggi, così poco incline al silenzio e al rispetto dei ritmi naturali, rifugge la morte, con l’eccezione di quella dei personaggi famosi o quella violenta dei casi di cronaca. “Cambiare l’acqua ai fiori” in questo senso sembra essere un romanzo, oltre che delicato e avvincente al tempo stesso, anche molto coraggioso.

In altre epoche, nemmeno troppo lontane, i cimiteri hanno goduto di tutt’altra considerazione. Basti pensare ai poeti sepolcrali inglesi e al nostro Ugo Foscolo che nei Sepolcri, per quanto reputi inutili le tombe per i morti, considera invece che servano molto ai vivi.

Era l’inizio del 1800 e Napoleone promulgava l’Editto di Saint Cloud, portando le sepolture fuori dai centri abitati e imponendo regole dettate dall’uguaglianza, escluse poche eccezioni. In Italia il decreto scatenò un forte dibattito che vide Ippolito Pindemonte e Foscolo schierarsi contro. “A egregie cose il forte animo accendono/ l’urne de’ forti” scriveva Foscolo dopo aver visto le sepolture nella chiesa fiorentina di Santa Croce.

Un secolo dopo, negli Stati Uniti d’America, Edgar Lee Master dava alle stampe l’Antologia di Spoon River, in cui i morti sepolti sulla collina riprendevano vita attraverso la narrazione delle proprie esistenze. Accantonata l’elegia foscoliana, qui emerge tutta la forza dell’intrigo e dell’ipocrisia della provincia americana. Un’opera entrata nel novero dei classici alla quale Fabrizio De Andrè si ispirò per il suo Lp Non al denaro non all’amore né al cielo, uscito nel 1971 benedetto dall’amica Fernanda Pivano, traduttrice di Lee Masters.

Violette Toussaint, la protagonista di “Cambiare l’acqua ai fiori”, è la guardiana di un cimitero di paese in Borgogna. La casetta a lei assegnata è sempre aperta alle persone che desiderano fermarsi per bere un caffè o un cordiale, dopo aver fatto visita ai propri cari. Violette, che sembra vivere le vite degli altri anziché la propria, ascolta tutti e per tutti ha una parola gentile. Tiene anche un quaderno in cui riporta le orazioni funebri e le presenze ai funerali così che, chi non vi può partecipare, possa venire a sapere ugualmente che cosa è stato detto e chi era presente. La visita di un commissario triste, Julien Seul, che vuole realizzare l’ultimo desiderio della madre, quello di riposare sulla tomba di uno sconosciuto, darà una piega inattesa alla vita di Violette, facendo emergere nuovi legami fra vivi e morti che andranno a toccare la misteriosa vita della guardiana.

Con una narrazione asciutta e priva di sentimentalismi, Violette racconta di coloro che occupano il cimitero di Brancion-en-Chalon, dandoci l’illusione che la sua vita si riempia delle vite (e delle morti) altrui. Sarà quando l’attenzione si sposterà su personaggi reali e ben definiti che esploderà in pieno il suo dramma, introdotto a piccoli passi dalla prosa delicata e mai scontata dell’autrice.

È così che un romanzo crepuscolare e intimista si trasforma all’improvviso in una sorta di giallo alla cui soluzione la figura del commissario Seul non porterà però alcun contributo (se non per un unico particolare).

Seguendo Violette, “vestita sopra d’inverno e sotto d’estate”, attraverso i vialetti del “suo” cimitero, non può non venire voglia di fermarsi a riscaldare l’anima nella cucina e nell’orto della casetta vicino al cancello.

Non si faccia l’errore di considerare questo romanzo, elegante e molto femminile per delicatezza e profondità, un racconto sui morti. Con Violette potremmo scoprire anche i segreti della cura per le rose e per gli altri fiori che lei stessa coltiva e vende ai visitatori, potremmo imparare a scrivere un’orazione funebre e come realizzare, a un passo dal cimitero, un orto pieno di vita.

Nella vita apparentemente solitaria e sottotono di Violette batte un grande cuore che si manifesta nell’ascolto delle persone e nell’attenzione ai piccoli particolari in grado di arricchire la vita di coloro che vengono a contatto con lei.

La magia del romanzo di Valerie Perrin, che lavora nel mondo dell’arte, per anni è stata fotografa di scena ed è sposata con il regista Claude Lelouch, è tale che potremmo non riuscire a staccarci da queste pagine, desiderando addirittura di poter entrare a far parte della cerchia di amici di Violette, quel buffo gruppo di necrofori che accompagna le sue giornate tra una sepoltura e un’esumazione, con la leggerezza di un esercizio di poesia.

Simona Pacini

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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