Vite che non sono la mia – Emmanuel Carrère

A dispetto del titolo, è proprio la sua vita quella che viene fuori da questo romanzo/confessione/indagine. La sua vita, sfiorata da un tragico evento che ha falciato migliaia di esistenze, coinvolta in seguito nel lutto privato e nel dolore particolarissimo di persone a lui vicine, rimasta immune ma non indifferente alle tragedie di chi gli sta intorno, trasformata in racconto quasi a sublimare tutto il male.

Il libro è composto di due sezioni ben distinte e quasi stridenti, apocalittica la prima, pacata e riflessiva la seconda. Sembra quasi che l’unico motivo per la stesura della prima parte sia la presentazione dei personaggi che poi saranno meglio sviluppati nella seconda. Ma non è così.

Tutto il libro è una testimonianza e una ricerca, un guardare dietro l’apparenza di grandi e piccoli personaggi, uno scoprire mondi, emozioni, connessioni, forze e debolezze. La sua indagine approfondita nella vita di chi resta è dapprima una straordinaria testimonianza delle reazioni alla tragedia di livello mondiale con cui si trova casualmente in contatto, e in seguito una interessante carrellata sulla società francese, dalla sanità alle banche al sistema giuridico, fino ad arrivare a tutti i perseguitati, gli sfruttati, i disperati.

Niente è scontato, nessuno è solo ciò che sembra, e anche un piccolo tribunale di provincia può trasformarsi in un travolgente campo di battaglie sociali.

Lo stile di Carrère è sempre elegante ed affilato, vividissimo nelle immagini e ben calibrato nel ritmo. La potenza della sua scrittura secondo me si esprime al massimo nel suo “L’avversario”, dove nell’invenzione/ricostruzione viene fuori tutto il suo lato oscuro, mentre qui il punto di vista è più giornalistico e concreto, ma senza che venga mai meno la sua caratteristica fondamentale, quella che per me è il suo punto di forza insieme allo stile: un’attenzione estrema alla caratterizzazione dei personaggi.

 

Ariela Faso

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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