#Covid19 – Diari dal mondo – Daniela Cundrò da Stoccolma

“CasiQuotidiani” non è solo il nome di questo blog, ma sono due parole che da qualche settimana a questa parte sentiamo sempre più spesso. Ma non soltanto in Italia. Lo scorso 2 aprile l’agenzia della sanità pubblica svedese ha annunciato un “nuovo livello di infezione da coronavirus per l’aumento dei casi quotidiani”. I nostri giorni sono scanditi dai numeri di casi quotidiani: numero di contagi, numero di persone in terapia intensiva, numero di morti, aumenti di casi rispetto al giorno precedente. Quanto poi l’entità di questi casi corrisponda alla realtà e a quale realtà, ancora non è molto chiaro. Il 3 aprile in Svezia avevamo 363 casi in terapia intensiva. Il 2 aprile 400. Si tratta di persone guarite? No. Sono stati fatti i tamponi e 37 persone sono risultate negative al test del coronavirus. In questo momento, io non sono soltanto un’italiana all’estero. Io sono un’italiana all’estero durante il coronavirus in Svezia e in Italia. Ma sono stata anche un’italiana all’estero durante il coronavirus in Italia.

Non vi nascondo che queste situazioni non siano facili da gestire, soprattutto a livello emotivo. E scatenano delle reazioni irrazionali, ma poi forse non così tanto. Come quella che mi ha spinto a isolarmi nella mia casa a Stoccolma dalla data del 6 marzo, cioè nel periodo in cui il virus si stava espandendo in tutte le regioni d’Italia. La paura del coronavirus aveva preso l’aereo da Roma ed era venuta a trovarmi. E mi ha paralizzato. Nella mia testa, ho cominciato a organizzare il lavoro da casa. Sono una dottoranda in “Processi di internazionalizzazione della comunicazione” dell’Università per Stranieri di Perugia e stare isolata a casa per me era quasi un privilegio perché potevo lavorare con tranquillità alle informazioni che avevo fino a quel momento raccolto.

Mi sono detta che, quando mi sarei sentita pronta, sarei tornata al mio lavoro di ricerca presso il ministero dell’Università svedese UHR, dipartimento ENIC-NARIC, che si occupa del riconoscimento dei titoli di studio stranieri. Ho detto a qualche collega che mi sentivo un po’ preoccupata e giù di morale per quanto stava accadendo in Italia e ho rifiutato un aperitivo dopo lavoro, che qui chiamano AW (after work), scusandomi, ma in maniera decisa. Perché, nel frattempo, anche a Stoccolma si sentiva parlare di casi in crescita e la mia paura si stava raddoppiando. Paura del coronavirus in Italia, dove ho le persone più importanti della mia vita. Paura del coronavirus in Svezia, dove c’ero io. E dove sentivo di dovermi proteggere ancora di più perché non potevo rischiare di prendere il coronavirus e dare ulteriori preoccupazioni ai miei familiari.

A metà marzo, le autorità svedesi hanno fortemente raccomandato che le persone a Stoccolma lavorassero il più possibile da casa. E ho ringraziato il cielo perché mi sono sentita meno sola nella mia crescente paura che non mi faceva più dormire. Non ero più l’italiana che stava vivendo a distanza il coronavirus che straziava il mio paese. Ero l’italiana che viveva a Stoccolma quando il coronavirus stava cominciando a mietere vittime anche in Svezia. In quel momento, è cambiato anche il mio modo di informarmi e ho cominciato a leggere la stampa svedese e a cercare notizie di prima mano sui siti web istituzionali locali. Precedentemente, ogni giorno prendevo informazioni soltanto dall’Italia: ministero della salute, dipartimento per la protezione civile, agenzie di stampa, quotidiani online.

Da giornalista qualche volta mi sono anche molto arrabbiata, soprattutto quando sapevo che stavano accadendo alcune cose molto gravi in Sicilia e a Villa San Giovanni delle quali nessuno parlava e chi lo faceva non sceglieva “la verità”. Se fossi stata lì, avrei senza dubbio montato una tenda a Villa San Giovanni per capire quante persone stessero veramente arrivando – e, tra l’altro, mi risulta continuino ad arrivare – tutti i giorni da tante parti d’Italia e del mondo proprio per approdare in Sicilia, dove il sistema sanitario non ha strutture e risorse adeguate a gestire un’emergenza di questo tipo. Ma purtroppo sono a Stoccolma e non posso farlo.

Detto ciò, la parte interessante della Svezia è che ho la possibilità di informarmi e aggiornarmi con una radio locale in inglese, che si chiama Radio Sweden. Il format della radio è interculturale e ben si adatta anche al mio progetto di ricerca di dottorato che punta, difatti, a creare un modello di comunicazione interculturale pensato per gli studenti internazionali degli atenei. Posso dire che lo sto analizzando con molto piacere. Una delle prime notizie sul coronavirus in Svezia era relativa al fatto che i primi decessi fossero stati registrati nella comunità somala residente in Svezia e il presidente dell’associazione medico-somala aveva dichiarato che tali decessi erano da attribuirsi a una iniziale carente informazione sul coronavirus in lingua somala.

Mi sono subito resa conto di essere in una realtà, anche informativa, totalmente diversa da quella italiana. Qui hanno un sito web che si chiama krisinformation.se che supporta i cittadini svedesi su come si deve gestire una crisi. Si tratta di una pagina governativa che fornisce informazioni da tutte le autorità competenti su disastri di qualsiasi natura: condizioni meteorologiche, rischi legati a mancanza di cibo e acqua potabile, persone e infezioni, incidenti chimici, eventi all’estero. La mia curiosità mi ha spinto a tradurre la parte del sito in lingua svedese, anche se esiste una versione in inglese, ma volevo essere certa di leggere l’informazione integrale e autentica fornita ai cittadini svedesi (anche se, per il coronavirus, tali informazioni sono tradotte nella maggior parte delle lingue parlate al mondo e nelle lingue minoritarie locali come il finlandese, il romaní, il sami).

Interessante notare come in questa pagina sia categorizzato il coronavirus, cioè nella sezione: “Questo può succedere – Crisi ed eventi, 2020”. Questo può succedere, ci dicono gli svedesi. E questo è successo. E sta succedendo in tutto il mondo. Ma la Svezia sta portando avanti un modello che fa discutere e le discussioni sono accese anche tra gli stessi paesi scandinavi. Anche perché, da fonti certe ho saputo che fino a qualche giorno fa i morti in Svezia erano più del doppio di tutti i paesi scandinavi messi insieme. La strategia della Svezia e il mancato lockdown mirano a salvare l’economia del Paese e a far prendere il virus a quante più persone sane possibili perché i cittadini sviluppino un’immunità nel caso di ondate di ritorno. Tale strategia a oggi si concretizza in due divieti principali: il divieto di raduni pubblici con più di 50 persone introdotto dal 29 marzo; il divieto di visita a tutte le case di cura introdotto dal primo aprile, finalizzato a proteggere quello che viene definito “gruppo a rischio”, cioè le persone da 70 anni in su. In più, sono state chiuse le scuole per gli studenti over 16 anni e le università. Infine ci sono tante altre misure definite, però, “raccomandazioni”.

A mio avviso, il punto non è se la gente le segue o no. Perché se esiste un Paese nel quale la fiducia dei cittadini verso le proprie autorità è forte, quel paese è la Svezia, e se una persona di cui mi fido mi suggerisce di non fare una cosa, io non la faccio. Qui le raccomandazioni sono seguite, cosa che può sembrare strana o folle in paesi nei quali non vengono seguiti neanche i divieti. Non mi voglio soffermare su questo punto, ma sappiamo bene che in Italia in questo momento si sta facendo fatica anche a far rispettare i divieti. Questa strategia, però, fa chiaramente più paura a chi non è svedese, prima tra tutti la comunità di italiani residente a Stoccolma che ha paura di mandare i propri bambini a scuola e che ha paura delle attività di ginnastica che si fanno all’aperto in gruppi abbastanza numerosi, cioè di 20 o 30 persone. Queste paure io le capisco e le condivido, soprattutto nella mia veste di italiana in Svezia durante il coronavirus in Italia. Sentire la tv italiana, leggere i giornali, parlare con i nostri familiari che abitano in Italia amplifica le nostre paure in modo importante, soprattutto quando si parla di bambini. Ma se ho imparato a conoscere, anche se poco, questo Paese credo che, se i casi quotidiani continuano ad aumentare al punto che il sistema sanitario svedese, pronto per un’emergenza di livello medio potrebbe riuscire a non smaltirli, il lockdown comincerà anche qui, magari in modo graduale.

Questa mia opinione è dettata dalla consapevolezza che la Svezia non è un paese sprovveduto. Tutt’altro. Con la totale digitalizzazione che hanno, possono permettersi di chiudere tutto con tempistiche molto più veloci e salvando l’efficienza dei processi lavorativi. Quello svedese è un modello che si basa su quella che viene definita Samförståndpolitik (politica del consenso) che consiste, come ha spiegato qualche giorno fa l’ambasciatore italiano in Svezia Mario Cospito in un messaggio alla comunità italiana residente in Svezia, “in una sorta di coinvolgimento nelle decisioni cruciali di tutte le componenti della società. Un modello probabilmente unico al mondo che oggi viene messo alla prova, anch’esso, in questa eccezionale e drammatica situazione”.

Tornando ai casi quotidiani, anche a Stoccolma in qualche supermercato non ho trovato carne, pane e carta igienica, soprattutto nei momenti iniziali dello scoppio dell’emergenza. Così come non ho trovato disinfettanti. Per fortuna, un caro collega mi ha regalato una piccola confezione di Alcogel, che per me ha un valore inestimabile. A proposito, gli svedesi che ho conosciuto a lavoro sono delle persone splendide, che sin dall’inizio mi hanno accolto e aiutato in tutto e per tutto. Lo hanno sempre fatto con la massima disponibilità, fiducia e con il sorriso. Adesso continuano a farlo a distanza, sostenendomi con messaggi, e-mail e parole di conforto. Questa solidarietà umana non fa parte di alcun modello sociale, ma solo della nostra umanità. E per questo li ringrazio. Ora mi rimane solo un grosso problema: trovare le mascherine per tornare nel mio Paese, quando potrò farlo. Una collega cinese mi ha consigliato il tipo N95 oppure i modelli FFP3 o FFP2. Ma qui non si trova nessun tipo di modello di mascherina, neanche online. Potete non crederci, ma ho chiesto aiuto proprio ai miei studenti cinesi. Forse loro da lì possono trovarle e mandarmele con più facilità rispetto alla mia famiglia italiana che per ora non può andare alla posta per inviarmele. Vedremo cosa accadrà. Intanto ecco il breve video “Alla ricerca della mascherina” girato il 2 aprile proprio per voi lettori di CasiQuotidiani: spero vi piaccia!

Un caro saluto a tutti

Daniela Cundrò

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Autore dell'articolo: Simona Merlo