#Covid19 – Diari dal mondo – Il dialogo di Elga e Rutz

La sveglia automatica della mattina, fa aprire i miei occhi sempre alla solita ora: 7:28. 
Un salto nel letto come se avessi da affrontare i mille impegni di una giornata qualunque, mentre invece il  mio cervello, in automatico, sta organizzando le ore da passare senza sentire il disagio di un giorno NON qualunque.

Il mio tempo al “tempo del coronavirus” è dilatato. La sera fatico ad addormentarmi, la mattina, presto, davvero troppo presto, sono già a fissare il soffitto, poi il calore del piumone mi sussurra che non è necessario alzarsi all’alba, accolgo il suggerimento e mi addormento di nuovo. 

Primo step: cellulare in mano per il Buondì, sole e cuore, a Elga. Occhiali sul naso, apro la finestra e faccio il mio pronostico del meteo della giornata. Prendo il libro che sto leggendo e lo porto con me.

Ho lanciato però un occhio al telefono: Rutz è già sveglia e mi ha dato il buondì. 
Lo facevamo anche prima di tutto questo casino, ma ora il suo buongiorno per me è speciale.

Secondo step: mi dirigo alla macchina del caffè schiaccio il pulsante per accenderla, apro la finestra di salotto e vado a fare pipì.

Mi scrollo di dosso le cose negative, mi rimbocco le maniche e penso se alzarmi.

Terzo step: scelgo la tazzina di quella mattina, faccio un caffè e mi accendo la prima sigaretta della giornata (pensando a quale numero arriverò alla fine delle 18 ore da sveglia).

Sono fortunata, lo so! Mi sveglio, mai troppo presto, con Lele che mi porta il caffè a letto, raggiungo il bagno e inizio a spippolare.

Faccio una pausa per capire che ancora sono dentro all’incubo “corona”, godo la mia sigaretta e rifletto sulle nuvole che vedo fuori. Sole o pioggia?

Sembra brutto ma i miei spippolamenti iniziano mentre sono sulla tazza del bagno.
Lo ritengo un onore che concedo solo alle persone davvero importanti. Solo chi ti è intimamente vicino, ti può esserlo anche mentre sei sulla tazza.

Passa un’ora, forse due, leggendo un libro abbastanza frivolo, intervallato dalle notizie del Tgcom24 e aggiornamenti di Facebook. Come stanno i miei amici? Tutti i miei canetti che faranno?
Mando messaggi di buongiorno e nelle chat dei gruppi qualcuno risponde. Elga ancora non ha voglia di scrivere.

Come ogni mattina il messaggio di Rutz dirà: Buondì Amour, seguito da solicini e cuori.
Quando sono in pace con lei, è Rutz; quando i suoi comportamenti mi innervosiscono, allora è Rita; quando proprio non la reggo, diventa la Bocci! Un po’ come all’interno di una relazione di coppia: quando i due fidanzati vanno d’amore e d’accordo ci sono quegli epiteti patetici – topolino, puccipucci e via con quelle vomitevoli smancerie che ho sempre sopportato poco – ma quando l’aria diventa tesa e inizia qualche discussione, si passa al nome di battesimo, come a mantenere un certo distacco dettato dal nervosismo.

La casa si sveglia, chi il caffè, chi solo il buongiorno e la tv si attiva su una videocamera fissa dove vediamo gente che dorme e che russa. “Buon per loro” penso, sono già le 9:00 e ho già il mal di schiena di un fine giornata “tipo”.

Ecco, alla stessa maniera i miei modi per chiamare Rita cambiano in base a come io mi relaziono con lei, come due fidanzatini.

Che programmi mi faccio per oggi? Vediamo… Biscotti, fatto. Pulizie generiche, fatto. Scendo il prima possibile allora: giù ho tutto da Internet ai pennelli, dall’agenda dove scrivo i dati Corona ai miei infiniti quaderni di “appunti a caso”. Posso fare tutto. Si, scendo. Mi lavo e mi vesto in fretta per cercare un’ispirazione.
Su WhatsApp vedo che Elga ancora deve collegarsi da ieri, forse non ha preso il cellulare, ma è sveglia. Forse non è aggressiva come me con la tecnologia. Senza forse, Elga non ama la tecnologia. A breve mi manderà il buongiorno.

Mando il mio Bonjour a Rutz, e tra me e me rido, perché sono certa che lo stava aspettando da un bel po’.  Sicuramente sta sorridendo anche lei.

Intanto Francesco, il mio fidanzato (a distanza per via della residenza) mi ha già mandato tre cuori, un bacino, il buongiorno e una foto del dolce che ha preparato. Fantastico!
Mentre io, sono ancora in piedi, dentro alla stanza, a ragionare su come posso impegnare le mie ore inutili, quando fuori il silenzio è agghiacciante. E fumo ancora una sigaretta
.

Inizio a scrivere il secondo messaggio a Rutz ma, al solito, riusciamo a passare dal famoso palo all’altrettanto famosa frasca con circa 30 messaggi, e siamo solo alla mattina… 
Si perché perdere il filo del discorso tra me e Rutz è quasi una gara, talmente sentita che me la porto dietro e riesco a perdere il filo anche da sola.

Trilla il telefonino: è un WhatsApp.
Ecco il messaggio di Elga, ovviamente seduta sulla tazza del cesso che mi pensa… questa è poesia pura! “Amour buondì, che fai?” mi scrive. “Cerco ispirazione” rispondo. E da lì, come al solito, spaziamo da un argomento all’altro come se avessimo 4 campi da tennis solo per noi e buttassimo palline in ogni dove. Pausa finita, ributtiamoci in questo strano quotidiano.

Lascio Rutz ai suoi pensieri.
Canonico appuntamento telefonico con mamma, ma come al solito non mi risponde.
Inizio allora a cercare di capire perché, ovviamente senza riuscirci, ma non penso mai che potrebbe avere il telefono in casa mentre lei è in giardino o semplicemente, essere impegnata in un’altra conversazione. No, troppo ottimistico e semplice. Penso sempre che possa essere successo qualcosa, o peggio, che possa aver deciso di uscire! Uscire?! Al “tempo del coronavirus” è vietato, per legge. Sembra una cosa possibile solo nei tempi che furono, eppure è realtà e ancora non ce ne rendiamo conto.

Dopo aver fatto il nulla, ma organizzato bene, è l’ora di pranzo. La tv è sempre su una camera fissa che fa vedere delle persone che cucinano o prendono il sole o comunque in mutande girano per un’enorme casa colorata con delle finestre enormi che affacciano sul nulla. 
Finito in cucina, mi metto sul letto con il mio librino frivolo che però, forse troppo frivolo, mi addormenta e mi risveglio dopo un’oretta con lo stesso, ma appoggiato sullo sterno. Mi alzo, caffè. La tv ancora su questa gente che, come me, ha perso l’orientamento dell’ora e del giorno, ma non dell’anno. 2020.

Vedo che fuori c’è il sole e sembra caldo: è a questo punto che apprezzi il giardino. 
Anche noi, come mamma, abbiamo un piccolo rettangolo di terra che prima dell’avvento di questa epoca e, a causa dei lavori infiniti di ristrutturazione, era relegato a essere un contenitore di rifiuti edili a cielo aperto.
Durante i primi giorni di quarantena io e Lele ci siamo messi d’impegno a sistemare, pulire, ordinare quello che è subito dopo diventato il mio rifugio.
Prendo il libro che mi ha prestato Rutz, mi sistemo sulla sdraio costruita durante i primi giorni di reclusione domestica, e inizio a leggere.
Sono sempre stata capace di essere trasportata dalle parole, dalle immagini che una bella scrittura riesce a evocare tuffandomi in altri mondi o immedesimandomi in chi non sono io. Ma ora è davvero difficile riuscire a prendere il volo: questa maledetta cosa ti riporta giù subito.
Allora do noia a Rita,  che ora è diventata Rita e non Rutz quasi a chiedere “permesso, posso?”.

Scendo, mando messaggi ai miei amici, alcune video chiamate, una puntata arretrata di un telefilm, chat, e-mail ai parenti francesi per rassicurarmi della loro salute. Sono tutti medici in prima linea a Parigi. Mi scrive Elga, mi chiede che faccio. “Niente di nuovo” rispondo, mentre lei sta facendo un orsetto di pezza per la sua nuova nipotina, e dalle foto è fantastico!

Scambiamo qualche parola, ma lei è a vedere un telefilm, o una serie su questo Netflix che non ho e che mi sembra ora indispensabile.
Affronto allora l’orsacchiotto per la nipote, che in realtà più che un orsacchiotto sembra un formichiere, ma vado avanti e guardo come si trasformerà.
Da sempre mi diletto a fare cose fatte a mano, ma mai avrei pensato che diventassero i riempitivi di giorni normali, non era nell’ordine naturale delle cose. 
Ma l’ordine naturale è stato infranto.
La cosa buffa è che sembra che io stia facendo una quantità innumerevole di cose, me lo dice anche Rutz, ma in realtà ne comincio molte e ne finisco pochissime. 

Appuntamento fisso con il Dipartimento Protezione civile che fa il resoconto della giornata odierna; penso che appena finita la conferenza dovrò accendere il forno per farmi un toast veloce per cena.

Sembra che il “tempo del coronavirus” abbia il potere di acuire le caratteristiche e i difetti personali.
Non ho idea se sia proprio un connotato scientifico di questo virus, fatto è che molti dei nostri usuali atteggiamenti sono come amplificati.
Basta pensare a chi, durante i primi giorni di obbligo di rimanere a casa, non poteva fare a meno di uscire per fare jogging, una massa di persone che fino al giorno prima non aveva mai nemmeno indossato una tuta, tutte fuori a corsetta leggera, solo perché non allenati, nei parchi a fare sport…
Almeno in questo ho mantenuto la mia proverbiale pigrizia: non facevo attività fisica prima, perché farla adesso?!

Passo il pomeriggio guardando telefilm, la luce della sera è più triste della mattina e così passano alcune ore, arriva l’ora della fame. 
Preparo il toast, prendo una birra, mi metto sul divano con la mia agenda e la penna rigorosamente blu (i dati sulla mia agenda sono scritti di blu, il resto delle notizie con altri colori). La conferenza dura una quarantina di minuti, poi cambio pagina e ascolto di Dati e analisi statistici di un gruppo di ragazzi che si sono fatti notare da tutto il resto del mondo. Sono ragazzi che quando cliccai il mio like erano in 300 adesso hanno quasi 70 mila seguaci. Sono tutti dottorandi e poco più, ma il loro lavoro è preciso e masticabile da tutti, quelli dentro e quelli fuori dall’argomento statistica. Bravi ragazzi! Un grande esempio per tanti che hanno paura del domani, dopo che il mondo rinizierà a camminare.

Non mi occupo di cucinare o della spesa, ci pensa l’insostituibile Lele; così mentre lui sfaccenda tra i fornelli, io chiacchiero al telefono con Rutz.
E fra le innumerevoli cose che abbiamo da dirci, quasi che le nostre vite, invece che forzatamente immobili, avessero acquisito un’ulteriore vitalità, c’è il nostro rito: si fuma una cicca insieme?
Abbiamo affrontato anche l’argomento “smettere di fumare” ma se lei proprio nemmeno ci pensa, in quei casi io mi sento molto Zeno Cosini e non ne faccio di nulla. 

Tempo di telefilm o film, vediamo cosa ci suggerisce Netflix e mentre cerco, mi fa una videochiamata mio nipote, ed è così bello vederlo grande a tutto schermo sul mio Mac.
“Ciao zia! Che fai? Guarda… “ mi porta in giro per casa, per farmi vedere cosa ha fatto tutto il giorno: biscotti con la mamma, il babbo gli ha disegnato la maschera di jeeg robot, il corpo di Hulk, gli gnappotti (personaggi di fantasia, sono quelli che libereranno il mondo dalla cattiveria), poi salta sul letto e si lancia, si tuffa, non si sa. Ma il suo sorriso ingenuo mi strugge il cuore. Cosa ricorderà di questo, cosa gli rimarrà del periodo coronavirus, lui forse non sentirà il cambiamento che tutti ci aspettiamo, ha solo 4 anni. Lui vivrà con le mascherine e senza strette di mano? Il nostro saluto “Dammi un abbraccione e più è stretto, più mi vuoi bene”, potrà continuare? I nostri bacini potremo ancora darceli? Questo mi fa piangere, mi manca quel biondino prepotente!
Finita la video chiamata decido di guardare “La coscienza di Zeno” del 1988 con Jonny Dorelli. Me lo ha fatto venire in mente Elga, scrivendo in un messaggio: US ultima sigaretta.

Al “tempo del corona virus” hai un sacco di ore per pensare, per riflettere, il che sarebbe un bene ma spesso, troppo spesso è un’arma a doppio taglio.
Meglio ingannare le celluline della materia grigia con passatempi e occupazioni che le distraggono, le impediscono di concentrarsi su questo “tempo”.
Lele? Si va a cantare? 
Non ci crederete, ma essere sposata ad un uomo che quasi di lavoro canta, a volte è frustrante, se considerate che sono nata stonata e incapace di emettere suoni armonici. Anzi ho una voce piuttosto mascolina che gli anni da fumatrice hanno reso rauca. Ma cantare, o piuttosto, sbraitare fino a non avere più fiato, per me è l’equivalente di una seduta in palestra!

Torniamo alla vita reale, alle giornate non quotidiane. Siamo alle 22:00 circa, devo scegliere tra telefilm e film o forse stasera niente, perché ho voglia di crogiolarmi nella tristezza. Mando un messaggio a Elga “Che fai?”, poi dopo un po’ un altro e un altro ancora, mi rassegno non entra in WhatsApp da un’ora. Forse dorme sul divano o parla con suo marito o semplicemente guarda un film. Accendo una sigaretta ancora.
Mi metto al computer, rompo le scatole alle chat di gruppo. Agli amici che non sento da tanto e a qualche cliente, sono le 22:30 ma non dormiranno, che devono fare domani?
Qualcuno mi risponde altri no, chiamo Francesco così da farmi accompagnare telefonicamente a casa, che questo silenzio lo temo e mi fa paura uscire per rientrare nella porta accanto. Non sono abituata, questa è una delle vie più trafficate di Siena e il silenzio fa paura.

Riprendo il telefono in mano dopo due ore buone.
Ho fatto preoccupare Rutz: 42 messaggi dove mi chiede cosa faccio e perché non rispondo.
Dentro di me esclamo: vedi Rita (che nel frattempo ha perso il suo appellativo vezzeggiativo) quando te sei su Netflix immersa in tutti i telefilm e ti mando una miriade di messaggi che non leggi, come ci si sente?!

Arrivo a casa e mi metto sul divano, ovviamente dopo essermi lavata le mani (50 volte solo oggi) e disinfettate, guardo la tv, è accesa. C’è sempre una casa colorata con persone che parlano, cucinano, giocano, fanno la doccia, fumano fuori alle grandi vetrate che danno sul nulla. 
Spippolo col cellulare mentre questi alla tv parlano della soubrette Marini. Boh non capisco, apro la finestra e accendo una sigaretta, mi rimetto sul divano con il cellulare in mano e vedo che Elga mi ha risposto: “Ho messo in ordine l’armadio, ho lavato tutto quello che c’era da lavare, ho organizzato il giardino, ho tagliato l’erba, ho chattato con il teatro, ho fatto un dolce, ho fatto l’arrosto, ho steso i panni, li ho ritirati, non stiro perché non mi piace, ho rifatto il letto, ho messo a posto la stanza della musica, ho fatto i capelli a Lele, ho cucito un abito, ho fatto un orsetto per mia nipote, ho fatto la doccia, ho spazzolato i cani, ho videochiamato col Cittone, ho pulito la cucina, ho…” ho smesso di leggerla! La sua energia è implacabile e la mia invidia è frustrante. “Ok notte Elga, a domani”.

Nonostante tutto, questo “tempo del coronavirus” che ha costretto a cambiare abitudini e che sicuramente sconvolgerà anche il futuro, non è in grado di modificare lo scorrere del tempo.
Può sembrare più lento, dilatato e infinito, ma come sempre, arriva la sera che succede al pomeriggio, occupato con riempitivi più o meno interessanti, creativi o  rilassanti, e dopo la sera arriverà comunque la notte.

Accendo una sigaretta (forse la numero 22 della giornata), penso: Io non ho fatto niente e mi sento stanca. Il tempo libero, quando è in prigione, mi stanca. 
Vado a letto, è mezzanotte e mezzo, quasi l’una. Leggo un po’ il mio libro frivolo e dormirò tra un’oretta, come accade da 15 giorni a questa parte. Buona notte Coronavirus, hai sconfinato i miei pensieri quotidiani, la mia routine.

E dopo la notte, torna la mattina.
Buongiorno Rutz: mi sono appena svegliata. Che fai oggi?

La sveglia automatica della mattina fa aprire i miei occhi sempre alla solita ora 7:28. Un salto nel letto come se avessi da affrontare i mille impegni di una giornata qualunque, mentre invece il  mio cervello, in automatico, sta organizzando le ore da passare senza sentire il disagio di un giorno non qualunque.
Anche oggi è un giorno NON qualunque?

Elga e Rutz – Siena

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Autore dell'articolo: Simona Merlo