Arte e rimbalzi #1

Oh Elga, sai che a Checco hanno dato due biglietti per andare a vedere una mostra a Firenze, ma lui non ci può andare per via del lavoro? Ti fa voglia di farci un salto? Ci prendiamo un giorno per noi, si sta insieme, si va in pullman o in treno, almeno non si deve pensare ai parcheggi e ai costi. Che dici?

Fooooorte! Quando si va? Io sono libera anche domani, se ti va bene, si trova anche poca gente infrasettimanale. Ma che mostra è?

Boh, credo sia un itinerario dal 900 ai giorni d’oggi, pittura e scultura immagino, non c’è scritto nulla sui biglietti, solo che è a Palazzo Medici Riccardi, è anche vicino al mercatino di San Lorenzo, si può fare l’uno e l’altro.

Chissà che mostra sarà questa? Rutz è stata vaga al proposito, ma chi se ne importa! Sarà una splendida giornata, proprio perché improvvisata e senza programmi, estemporanea, come piace a me, ma anche a Rutz!
Al dubbio se prendere il treno o l’autobus io non ho avuto tentennamenti: il treno mi riporta ai bei vecchi tempi andati, quando, prima alle superiori poi all’Università, anche se a quel tempo meno perché avevo la macchina, consumavo quelle rotaie da Certaldo a Siena e ritorno, come se non ci fosse un domani!

La mattina, come sempre prima di partire, i miei rituali del caffè e sigaretta.
Abbiamo il treno alle 8:50 e con calma mi vesto, scelgo le scarpe più comode e prendo uno zainetto per metterci le cose essenziali e i biglietti, che sono la cosa più importante, direi…
Sono quasi in ritardo, devo sbrigarmi, perché tra tanti difetti Elga ha pure quello di essere puntuale. Per fortuna è una bella giornata e non dobbiamo tenerci addosso troppi giacconi o maglioni. Indosso una felpa e scelgo i miei jeans preferiti. Ecco fatto, mi sento a mio agio: possiamo andare a conquistare Firenze, guelfacci!

Saliamo su un vagone, pieno e maleodorante, ma nonostante la calca e i pochi posti liberi, riusciamo a trovarne due al finestrino. Così, mentre Rutz chiacchiera del più e del meno e io di rimando gioco con lei la nostra solita partita a “chi la butta più lontana questa pallina”, riesco ugualmente a fissarmi su quel che vedo dal finestrino. File ordinate di pioppi che scorrono veloci aprendo sempre nuove prospettive, case, paeselli, qualche macchina in fila a un semaforo. Immergermi nel “mondo degli altri” da lontano, cercare di riuscire a entrare con lo sguardo dalle finestre aperte, rubare attimi di sconosciuti, era il mio appuntamento preferito anche quando prendevo il treno da pendolare.

Il treno è un mezzo puzzolente e scomodo, ma Elga ha preferito le mille stazioni per arrivare a Firenze, e in effetti è piacevole poter passare delle ore inutili a chiacchierare del più e del meno, come del resto facciamo ogni giorno. Elga è buffa, mi fa ridere sempre quando racconta le sue cose! Ad esempio, mi ha raccontato che un giorno ha buttato un cassetto di calzini suoi e di suo marito in terra per poterli riaccoppiare, ma visto che dopo un’ora non trovava il compagno di nessuno, ha fatto un sacco e gettato tutto. Adesso hanno due paia di calzini a testa che lavano, asciugano e rimettono addosso: credo proprio sia il momento di comprarli nuovi!
Il viaggio sembrava, a idea, più lungo, invece è passato rapidamente. Siamo scese e ci siamo dirette subito verso Piazza dell’Unità dove c’è quell’Hotel fantastico, il Baglioni, e dico a Elga: “Una notte voglio venire a dormire qui!” e col suo garbo mi dice: “Vieni a spende’ 400 € per dormire? Se vuoi veni’ a casa mia ti porto anche la colazione a letto e mi bastano 100 €”. Ho riso per 15 minuti senza respirare: è stato fantastico!
La direzione verso Palazzo Medici Riccardi, la più facile, è passare per la strada che arriva al Duomo e poi girare a sinistra quando lo affianchi, così mi dice google map e io mi fido. Al mercatino ci passiamo più tardi, se abbiamo tempo.

Come non fosse passato nemmeno il tempo di portare a termine un discorso, ma ne abbiamo imbastiti almeno venticinque, arriviamo a destinazione e, depliant alla mano, iniziamo la nostra scoperta: non era una mostra qualsiasi, o come avevo temuto un assembramento di opere minori di artisti minori. Già dalla prima sala capisco che faremo tardi, molto tardi: in grandi tele preziose, ieratiche, magnifiche, si spalanca tutto lo splendore dell’arte di Klimt.

Raggiunto l’ingresso, che è sulla strada principale, entriamo e cerchiamo la mappa della mostra. Vediamo un elenco di artisti interessanti da Klimt a Kandinskij, da Van Gogh a Klee, da Warhol a De Chirico, da Morandi a Hopper e tanti altri… “Elga non ne usciamo prima di domani l’altro, lo sai vero?!”.
Iniziamo l’itinerario, ma prima cerchiamo il bar del Palazzo perché non possiamo fare un percorso così senza qualcosa nello stomaco! Vai: “due caffè e due paste grazie”.
Meno male c’è del cibo, perché siamo entrate senza pensare al tempo che saremo state qui dentro! Pago io, ho sempre gli spicci in tasca e mi danno noia coi jeans.
Ora, davvero, con la mappa alla mano andiamo in giro e cerchiamo di non perderci.

Le sue linee morbide, voluttuose e sensuali incorniciano un disegno purissimo armonizzato a decorazioni preziosissime. Il quadro che stiamo guardando necessita di una visione attenta e accurata, tanti sono i particolari. Ci sediamo ammaliate. È raffigurata una donna che sembra sospesa fra il sacro e il profano, ma è anche la visione di una donna crudele, come se risucchiasse la vita dell’amante a cui è avviluppata.

Il primo impatto è grandioso: una sala unica con delle enormi tele di Klimt. Idilliaca, una pittura armoniosa piena di tutte le emozioni che si possono provare. Mi metto a leggere i cartellini perché mi sono rifiutata di prendere l’audio guida, mi voglio sentire libera di provare tutto senza descrizioni (L’abbraccio). C’è una panca in mezzo alla stanza e ci mettiamo accanto a osservare tutta quella poesia.

Vedo con la coda dell’occhio Rutz in preda alla smania di vedere, di carpire con lo sguardo tutta la bellezza che l’arte riesce a dare. Ma non sta ferma un minuto! Come una pallina matta, quelle con cui da piccole giocavamo interi pomeriggi facendola schizzare alla velocità della luce da una parte all’altra, la vedo che scorrazza per la prima sala, ma con la mente è già nella successiva. Non riesco ancora ad abbandonare la sala dedicata a Klimt, ma non vedo più nemmeno Rita. Quando la ritrovo è semi-paralizzata, immersa ad ammirare Rodin.

Mi alzo prima di Elga, lei ancora mi parla accanto ma io voglio andare a veder altro, con la foga di un affamato. Lei invece sta lì immobile come se non ci fossero altre stanze da visitare, io invece voglio vedere tutto. “Elga cazzo muoviti! Sei in trans? ovvia!”.
Ci spostiamo e troviamo “Il Pensatore” in mezzo alla stanza con tanto di catena per non potersi avvicinare e toccare. Un’opera che io adoro eppure provo un odio che viene dal profondo, perché quel bastardo di Rodin si approfittò della bravura e della bellezza della piccola Camille Claudel (tanto da rubarle la sua personalità e la sua vita, e lui aveva già una donna e non aveva intenzione di lasciarla). “La mandò ai pazzi” continuando a disegnare e dipingere, ma morì in manicomio poverina e non era pazza, era ferita. Comunque “Il Pensatore” è una delle opere più coinvolgenti che abbia mai visto!

La lascio lì, un po’ anche per ripicca visto che mi ha lasciata da sola mentre io, ignara, continuavo a parlare pensandola accanto a me, ma anche perché sto per fare un viaggio. Ho visto che c’è un Van Gogh: la sua camera di Arles. La pittura, materica, spessa e splendente, dai colori brillanti è capace di prenderti e portarti proprio in quella camera, far sentire tutto il disagio, la solitudine, l’assenza di calore umano. Ti puoi ritrovare a prendere il posto seduto su quella enorme sedia vuota, o appoggiare una mano sul letto appena rifatto. I quadri appesi alle pareti, storti, che sembra quasi stiano per cadere; le fughe delle piastrelle danno un senso di precarietà ed è solo grazie a Rita, che sta di nuovo chiamandomi a tutta voce, che riesco a staccarmi. Esco da dalla camera di Vincent ad Arles e di nuovo cerco la Bocci.

Mentre Elga parla come un libro stampato ma ricco di sentimenti, ed è affascinante mentre descrive l’arte, io piano piano scivolo al di là della porta di quella stanza e non so come descriverlo, è come un corridoio con dei quadri appesi dietro ad allarmi, poi vedo una cosa dentro una bacheca e incomincio a chiamare “Elgaaaa Elgaaa vieni!”.
“Elga, guarda: ma di chi è sta scultura dentro questa teca? Ma è strana forte, mi pare parecchio più contemporanea che moderna”. Elga mi guarda con aria stupita. Io insisto affinché lei guardi l’opera e non me. Mi giro, la guardo con aria interrogativa ma lei continua a guardare me; io guardo l’opera e lei guarda me. “Oh dico a te, sei stordita? Ma che roba è?”. In quel corridoio non ci sono sedute e vedo Elga che piano piano scivola lungo il muro per sedersi in terra, io rimango basita e non capisco cosa succede. Allora Elga mi guarda di nuovo e guarda l’opera, dieci secondi di silenzio e scoppia a ridere e quella risata è contagiosa, solo che non capisco perché ridiamo, ma rido.

Sarei potuta morire e lo avrei fatto ridendo come non mai nella mia vita alla vista di Rutz che, indicandomi un idrante, mi sta chiedendo secondo me chi è l’artista e rido così forte che i visitatori, in realtà non molte persone, si girano incuriosite verso di noi. Prendo la Bocci per la mano: è il momento della pausa. Sì, decisamente ci vuole uno stacco, tanto più che se non ridessimo così forte le altre persone avrebbero potuto sentire i borbottii che stanno provenendo dal mio stomaco: fame!

Cerchiamo un posto dove fumare una sigaretta, chiedo a un custode del palazzo e ci indica un’uscita, che guarda un po’ conduce al bar di prima ma da un altro ingresso; ne approfittiamo per prendere un altro caffè così anche la sigaretta diventa più buona.
Mentre si fuma all’aperto, si vede che il sole è a picco e fa un gran caldo rispetto all’abbigliamento delle 9 della mattina. Incomincio a togliere e legare alla vita la felpa che avevo addosso. Elga mi prende in giro, che tra zainetto e felpa alla vita, sembro un bimbo delle medie in gita con la scuola: “Si Prof, ricominciamo il tour?”
Non ho un livello di attenzione molto lungo, infatti Elga si è accorta che avevo bisogno di uscire, non per l’arte s’intende, che ci starei un’intera giornata se non avessi il problema dell’attenzione, ma per il fatto che, stare troppo in un luogo mi fa venire il palletico. Io devo fa tutto di corsa nella mia vita, non riesco a godermi niente con calma, con la calma di Elga, magari, riuscirei a fare metà cose però fatte per bene…

Finora era solamente un pensiero, ma adesso che stiamo parlando di uno di quei posticini dove fanno quei panini che, per riuscire a dargli un morso devi quanto meno slogarti la mandibola e quando ci riesci, l’imbottitura inizia a grondare succulenta ed esce da tutte la parti, beh ora non è più solo un piccolo languore. Ora l’imperativo è mangiare. Dopo si va: mercatino di San Lorenzo, ma solo dopo!

Cerchiamo un bar che faccia panini o insalatone o cose da mangiare al volo, perché ancora ho l’idea e la voglia di passare dal mercatino di San Lorenzo “Elga guarda che gelati ci sono là”. Ma lei ama il salato e mi fa cambiare direzione. Arriviamo in Piazza del Duomo e troviamo un posto in cui fanno panini toscani; io prendo un tramezzino smunto con l’insalata e lei un po’ di trippa fatta a panino.

Odio i mercati in generale, la calca delle persone che si tuffano sui banchi alla ricerca spasmodica dell’occasione della vita, le signore che ti spintonano perché devono assolutamente arrivare prima di te, sia mai che compri proprio proprio quel pezzetto che doveva essere loro, gli odori, la calura estiva e il freddo in inverno. No, via. Non mi piacciono i mercati, eccetto quello di San Lorenzo, almeno com’era. Oggi un po’ meno, ma ormai ci siamo! Ecco sì, ci siamo, dove? Dov’è la Bocci che piccina a quella maniera se non stai attenta a tenerla sott’occhio, come ti giri, lei si è intrufolata da qualche parte, mica la rivedi più! Quando la ritrovo è alle prese con la contrattazione per un giubbotto di pelle tutto frangiato che vorrebbe farmi provare. Davvero guarda, mi sta proprio bene, più che altro lo porterei proprio tutti i giorni, davvero davvero!

Si gira guardando tutto il pellame che dal Duomo arriva a San Lorenzo, ormai sono più cazzatine cinesi che cuoio fiorentino, ma è divertente. “Elga prova ‘sto giacchetto, secondo me ti sta bene” glielo dico ridendo; quella giacca ha le frange tipo indiano e non è davvero il suo genere. Guardiamo sciarpe, occhiali da sole, magliette con stampe del Tondo Doni, con il Davide e gli Uffizi. Ci sentiamo turiste della porta accanto, una gita fatta di tutto, anzi di qualsiasi cosa sia nostra e faccia parte di noi.
“Oh critinaaaa aspettami” dice Elga, perché come sempre mi ero annoiata nel solito punto e dovevo correre, affrettarmi per poter vedere più cose possibili.
Mi blocco su una bancarella che vende orologi a pendolo, da scrivania, in radica, in metallo, a tic tac, a carica, con gli ingranaggi visibili, dentro una bolla di vetro; tantissimi orologi e realizzo che sono tutti sincronizzati alle 18:49 “tic tac tic tac Elga cazzo, il treno!”.

E ridiamo di gusto fin quando, “o cazzo, ma hai visto che ore sono?”. Ora si deve correre per arrivare alla stazione, mancano poco più di dieci minuti, così mentre urlo a Rutz di allungare il passo – “Si scusami, come fai ad allungare quelle gambette, volevo dire corri!” – ci facciamo strada e ce la facciamo a prendere l’ultimo treno che ci riporta a Siena, ma che conclude anche questa splendida giornata fra arte, gusto e tante chiacchiere rimbalzanti: le nostre.

Ci togliamo di dosso l’incantesimo del tempo e con il mio cellulare guardo su Google map la strada a piedi, più veloce, per arrivare al treno e appena mi raccapezzo prendo Elga per mano e schiviamo tutte le persone fitte al mercato di San Lorenzo “Permesso, permesso, scusi permesso, prendiamo la strada principale ma Elga ha la zampata più lunga della mia, allora io con la mia corsetta da pensionata cerco di starle dietro.
Arriviamo alla Stazione, vedo subito il binario dove sta per partire il nostro treno, facciamo un salto e riusciamo a trovare due posti. Non accanto, ma sfalsati: una quasi di fronte all’altra. Possiamo parlare poco perché disturbiamo le persone vicine. Decido di appoggiare la testa al finestrino e con lo sguardo assente ripercorro la nostra giornata tra Arte e Rimbalzi.

Intorno alle 22 vedo la buonanotte che mi manda Rutz.

Ore 22 mando un Whatsapp a Elga: “Buonanotte amica mia. Grazie per questa avventura, spero di poter rivivere le stesse sensazioni al più presto! (sole e cuore)

Anche oggi è andata, e la prossima sarà anche meglio!

Elga e Rutz
Elga e Rutz

 

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Autore dell'articolo: Simona Merlo