“I’m just a guitar player”, Lou Leonardi si racconta su CasiQuotidiani

Cosa si nasconde dietro il nome “Lou” (Leonardi)? Scopritelo in questa breve intervista dedicata un chitarrista tutto d’un pezzo.

Sul tuo sito louleonardi.it ti definisci “nothing more than a guitar player loving music, guitars, life and dreams”. Una frase diretta che raccoglie tuttavia sfaccettature di un mondo ben più complesso. Ma esistono delle differenze tra il mondo di Daniele Leonardi e quello di Lou? O le due dimensioni coincidono perfettamente?
Daniele e Lou sono la stessa persona in tutto e per tutto. Non c’è un versione “musicale” e una di “tutti i giorni”. Quello che sono lo metto sul piatto in ogni momento della mia giornata, che sia in riunione, a casa o su un palco ed è così in ogni cosa: nel modo di comportarmi, di approcciarmi agli altri, nelle cose che indosso, in tutto… come la giri la giri, sono sempre io, nel bene e nel male. Take it or leave it. Quando dico “I’m just a guitar player…” è semplicemente la realtà dei fatti: non mi metto in una situazione di confronto con nessuno: suono per me e per le persone che si emozionano nel sentire la mia musica, cercando di sentirmi sempre a mio agio in quello che faccio, senza accettare compromessi e mettendoci sempre il massimo dell’impegno, qualsiasi sia la realtà con cui mi devo confrontare. Mi piace eclissarmi nel mio mondo fatto di chitarre, di idee, di sogni perché lì mi sento veramente a mio agio.

A proposito di “LOU”, il nome in sé ha in generale dei forti richiami per chi ama la musica. Ti andrebbe di raccontare ai lettori del nostro blog che cosa significa per te, quale storia nasconde (semmai ce ne fosse qualcuna)?
Molti pensano che il nome “Lou” sia un riferimento a Lou Reed ma in realtà non è così. Tra l’altro non sono mai stato un grande ascoltatore di Lou Reed. In realtà si tratta di un soprannome che mi è stato affibbiato circa 25 anni fa, da un batterista con cui suonavo, durante una serata assurda in un casolare delle campagne colligiane. Eravamo ospiti di un meraviglioso gruppo di svizzeri eclettici che avevano pavoni in giardino e si vestivano in perfetto stile “power flower”. Eravamo a suonare con la band ed io, al tempo, mi agghindavo con stivali texani e cappello Statson. Era notte fonda e mentre suonavamo, il cielo si illuminò a giorno a causa di una gigantesca stella cadente e, merito forse di qualche birra di troppo, il mio batterista iniziò ad urlare: “alla chitarra, dalla Louisiana, l’astro nascente del blues… Lou Leonardi”. Da lì non me lo sono più scrollato di dosso, ci ho fatto l’abitudine e per molte persone, specialmente fuori Siena, sono semplicemente Lou.

Dato che parliamo di “storia”, farei un paio di salti indietro nel tempo. Innanzitutto a che età hai iniziato a dedicarti alla musica? La tua biografia, inoltre, è molto ricca di esperienze fatte non solo in Italia o in Toscana, la tua terra natia, ma anche all’estero: qual è stata quella che ricordi con più piacere e/o quella che in qualche modo ha segnato un “punto” importante per te dal punto di vista musicale e personale?
In realtà non sono una persona che si lega a delle sensazioni più che ad altre. Non ho musicisti preferiti, non ho un brano preferito, non ho un film preferito. Ogni esperienza trova un posto nei miei ricordi e nel mio cuore. Ogni momento della mia vita ha una colonna sonora con musicisti, brani, film, ricordi che mi riportano a quei momenti. Mi sono avvicinato alla musica da piccolo quando i miei genitori mi hanno iscritto al Conservatorio Rinaldo Franci per studiare Violino. Come potrai immaginare, però, non sono proprio il tipo che può suonare un violino! La mia vera passione era la chitarra, ma c’ho messo del tempo per riuscire a farlo capire ai miei. Ho trovato il coraggio di mollare il conservatorio solo a tredici anni e, dal quel momento, c’è stata solo la chitarra per me. Ho investito lì tutte le mie energie, la mia creatività, le mie insicurezze, le mie difficoltà e l’ho fatto principalmente da autodidatta con sporadici periodi in cui ho studiato insieme a degli insegnanti che, però, non mi hanno lasciato proprio dei buoni ricordi. Tuttavia, se faccio un bilancio di questi trent’anni, sono felice del mio percorso: ho vissuto esperienze che mai avrei immaginato di fare. Ho suonato con musicisti di cui possedevo dischi autografati, tenuti come reliquie sacre nella mia camera, e varcato la soglia di posti come gli Abbey Road studios di Londra dove, davvero, non avrei mai immaginato di poter entrare.

DUOSONIC, JAGUARI e THE FULLERTONES: tre nomi per altrettante diversità musicali?
Tre nomi e un unico comune denominatore direi. Chi ama la chitarra, infatti, potrà notare che sono tutti nomi legati a una famosissima marca di chitarre Americana: la Fender.
DUOSONIC e JAGUAR erano due chitarre prodotte da Leo Fender, mentre FULLERTONE era la città della prima fabbrica Fender, in California. Se vuoi ti posso dire qual è la mia marca di chitarre preferite!? (ride ndr). Comunque, tornando alle formazioni musicali con cui suono, diciamo che sono tre mondi molto diversi tra loro, che non si “pestano i piedi” a livello di programmazione nei locali di musica live, e che mi danno modo di suonare e imparare cose diverse ogni volta. Adesso, per esempio, nonostante la situazione paradossale che stiamo vivendo, siamo in fase di conclusione del primo disco dei Fullertones che spero uscirà entro giugno. Un disco fatto di brani originali e prodotto da Il Popolo Del Blues e distribuito da Audioglobe.

La situazione attuale a livello planetario rende difficile immaginare qualunque “strada del poi”: dopo il Coronavirus che cosa ci sarà secondo te? E su questo sfondo incerto, quale sarà il ruolo della musica?
Purtroppo, ma senza molta sorpresa, dovremo prendere atto che la musica, come è sempre stato in Italia, sarà l’ultima ruota del carro e probabilmente i musicisti saranno gli ultimi a poter tornare a fare quello che amano. A quanto pare, infatti, non c’è molta chiarezza su come verrà gestito il ritorno alle attività live. Si parla, seppur in modo molto vago, di fabbriche, di altri tipi di lavori, ma non si parla mai di musica. Questo perché la musica in Italia purtroppo non viene riconosciuta come un lavoro, ma come “qualcosa di accessorio”. Questo è un dato di fatto ormai, ma faccio sempre fatica a farci i conti perché per me, invece, la musica è sinonimo di vita. Infatti sono sicuro che in queste settimane la musica è riuscita a regalare momenti di distrazione e di sollievo a molte persone aiutandole a superare questo difficile momento che, purtroppo, non è ancora finito. Per questo e altri mille motivi credo che la musica si meriterebbe veramente più rispetto e considerazione. Mi auguro che in futuro cambi qualcosa da questo punto di vista, ma resto piuttosto scettico.

Su quali canali i lettori di CasiQuotidiani possono seguirti, ascoltare i tuoi pezzi e scoprire le novità in programma?
Mi trovate online un po’ ovunque, tranne su Twitter con cui ho un rapporto un po’ conflittuale. Primo punto d’ingresso è il mio sito louleonardi.it per poi atterrare su tutti i website paralleli delle mie band ovvero: thefullertones.it e jaguari.it. Per quanto riguarda i social media, invece, sono su Facebook, dove però seguo prevalentemente il mio profilo privato e personale rispetto alla mia pagina LouLeonardi e su Instagram dove, invece, la musica e le chitarre prendono il sopravvento su tutto il resto!

 

 

Simona Merlo

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Autore dell'articolo: Simona Merlo