#Covid19 – Diari dal mondo – Silvia Schiavo da Chiusdino (SI)

Vista “ante-covid” dall’ufficio di Silvia. Fotografia di S. Schiavo

Dopo un mese di smartworking stamani devo andare in ufficio. Di solito quando vado a lavorare ripasso mentalmente se ho preso tutto, l’agenda, la chiavetta USB… Stamani il primo pensiero sono mascherina, amuchina e guanti… Li metto i guanti? Mi vesto, pettino e mi guardo allo specchio: sono diversa. E non sono i capelli, che già accennano a un necessario taglio che chissà quando si potrà, e non sono nemmeno poi così ingrassata, che i jeans mi sono entrati bene.

È il mio sguardo: non è il mio. Non è nemmeno quello di altri. O, forse, invece, è proprio il mio che coincide con quello di tutti, galleggianti in questo limbo senza prospettive certe.

Il mio specchio mi rimanda inquietudine: arriverò in ufficio, dovrò disinfettare? Per me, per le due persone con cui dovrò parlare. La distanza: c’è spazio sufficiente? Sì, ce n’è, ne sono abbastanza sicura. Mio marito è geometra, lui se ne intende, calcola ad occhio e non sbaglia mai, ma io faccio un altro lavoro, lavoro nel sociale e tutto farei, nella normalità, fuorché prendere le “distanze”.

Il mio è un lavoro che presuppone “prossimità”, e non potrò stringere la mano, non potrò mostrare un sorriso accogliente, i sentimenti saranno in parte imbavagliati dalla mascherina. “Ti ridono gli occhi” mi disse una volta un signore quando ero bambina. Magari riuscissi a farli almeno sorridere anche oggi, ma lo specchio prima di uscire mi dice altro. Fuori è grigio e piove, non aiuta. Magari da qui a quando entro in ufficio un colpo di vento porterà via tutto e uscirà il sole, magari il vento porterà via l’inquietudine. Ecco, almeno quello lo vorrei.

Silvia Schiavo

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Autore dell'articolo: Simona Merlo