#Covid19 – Diari dal mondo – “Confine” di Letizia Lusini

Tre anni. Solo tre anni mi separano da un confine sociale di età. Avevo sempre rimandato l’idea, come se la cosa non mi appartenesse, se la categoria fosse distante da me anni luce e non solo per età anagrafica, ma soprattutto per quegli anni che non mi sentivo proprio. I sessanta erano arrivati per caso, camminavo tranquilla con la mia salute ottima, le idee fresche, i capelli bianchi per una scelta non di rassegnazione ma di identità. Grandi è bello, mi dicevo tutti i giorni. C’erano stati, si, i cambiamenti, ero anche diventata nonna, con tutte le responsabilità annesse, avevo abbandonato qualche sogno, perché davvero impossibile, ma correvo senza sosta dietro ad altri, che spesso diventavano progetti e poi realtà. Mi sentivo “sessanta fuori, venti dentro”.

Questo fino a poco più di un mese fa. Poi, il virus. La quarantena, un tempo fermo che ti spinge a pensare, riflettere su quella te stessa a cui non avevi mai fatto caso, anzi, non conoscevi. Alcuni, di quella moltitudine di vecchi e anziani che il virus predilige e di cui si nutre come un vampiro, sono tuoi coetanei, per età anagrafica. Inevitabile pensare a Sepùlveda in questi giorni, un ragazzo eterno della scrittura, le sue pagine fresche avrebbe potuto riempirle ancora per anni. Il senso di ingiustizia profondo ti sale alle labbra ma a chi puoi gridarlo, qual è la vera causa, quali le responsabilità umane, i coinvolgimenti politici, quali le falle, le inadempienze, quali precisamente?

La clausura, questa reclusione forzata sarebbe stata un niente, quasi una vacanza insolita, se non si fosse assistito parallelamente a quell’orrore. Non è solo la paura del contagio, a quella ti ci sei man mano abituata, è l’amarezza di assistere a un macello generazionale, che abbatte corpi e idee, fa man bassa soprattutto di chi ha costruito con sforzo continuo le basi del nostro vivere odierno. Se ne stanno andando quelli dei valori, degli ideali, e non tutti sono dementi, già spacciati, vegetali reclusi in qualche Casa di riposo. È inaccettabile a una mente non perversa.

© Melania Merlo

Credo che su questo dovremo lavorarci molto una volta usciti, dovremo chiamarci davvero alle armi, dopo, tutti. Tutti in prima linea, coinvolti per affinità, o meno. Lasciando cadere in un oblìo ipocrita una tragedia di queste proporzioni, con la coscienza a macchie, come potremo costruire quel mondo nuovo, auspicato in questi giorni di fermo vita, come potremo ritornare alla vita, in ogni suo aspetto. Non dobbiamo permettere che una pandemia avvalori l’ipotesi meschina, più che crudele, del disvalore della maturità, dell’anzianità: è da anni che assistiamo a questa tendenza, che non sia mai che diventi normalità. In giardino ieri pomeriggio si parlava, distanziati, con un mio vicino poco più grande di me, ascoltavo le sue parole, ne guardavo i gesti, era in felpa e scarpe sportive, ma soprattutto era giovanissimo nel raccontarmi i suoi progetti del “dopo”.

Progetti concreti di lavoro, non solo sogni, possibili strategie per riprendere un’attività vicina alla pensione, c’era vita e speranza in lui, praticamente impossibile pensarlo intubato in una Terapia Intensiva, o peggio in un sacco zincato, anche se lui è definito due o tre volte a rischio, perché iperteso ecc. Spero, infinitamente spero, che questo momento insolito, anche in attesa di altri che potrebbero arrivare, sia servito a farci intendere di rivedere il nostro modello sociale di sviluppo in ogni sua parte. E che niente, di questo periodo disgraziato, cada nel vuoto agghiacciante della memoria.

Letizia Lusini – Monteroni d’Arbia (SI)

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Autore dell'articolo: Simona Merlo