#Covid19 – Diari dal mondo – Irene Calabria da Gioiosa Marea (ME)

Cosa non è stato detto del VIRUS. È palese che la paura della malattia, di questa grande e intangibile mostruosità, ci è piombata addosso portando con sé tantissime (troppe?) informazioni, vere o no, che ci hanno a loro volta travolto. Ci siamo ritrovati in mezzo a confusione, paura, incertezza. I timori più grande che da sempre hanno caratterizzato l’umanità si sono unite e fanno muro.

Non c’è stato giorno, dall’inizio di questo caso, che io non abbia pronunciato la parola VIRUS. La scienza e la fantasia sembra stiano facendo una gara nelle nostre menti, una gara a chi riesce a incutere più timore.

Eppure qualche certezza a mio avviso l’abbiamo:
1. si trasmette con la vicinanza;
2. (va da sé) si evita con la distanza.

Foto di Antonio Amico

Vicinanza e distanza. Semplice, no? Non proprio, visto che è stato davvero complicato, e lo è ancora oggi, farne comprendere il significato profondo che assumono in questa “circostanza” pandemica. Per non parlare poi del concetto di libertà.

Un concetto su cui non si ragiona da decenni così abituati a pronunciarla piuttosto che a pensarla. Noi così liberi di andare, fare, dire, imprigionati dal dover andare, dal dover fare, dal dover dire.

“È necessario che stiate a casa”, anzi è fatto obbligo di rimanere in casa al fine di salvaguardare la propria salute. Quindi questo significa che si sta facendo qualcosa per noi stessi, non perché c’è un decreto che ci impone di rimanere in casa, direi piuttosto, che ci impone di salvaguardare la nostra salute: ma anche qui, purtroppo, è chiaro che molti non sono in grado gestire la propria persona.

Basta ragionare e fare propri questi concetti per non sentirsi imprigionati all’interno della propria casa, imprigionati dal governo, dai decreti, dal virus.

Irene Calabria, architetto

Quello che mi ha “imprigionata”, cioè che mi ha fatto sentire così in questi quasi 60 giorni, è stato non poter vedere le mie nipoti, figlie di mia sorella: Matilde, 2 anni e 10 mesi, Agnese e Rachele, 13 mesi. Questa è stata la mia unica prigione; non la passeggiata, non il parrucchiere, non il bar, non il ristorante, nemmeno lo shopping.

Ho cercato di limitare questo senso di frustrazione nel non vederle con le tante telefonate e videochiamate fatte in queste settimane; ma in verità mi hanno lasciato solo una grande tristezza. Però la certezza di fare qualcosa per salvaguardare la loro salute, ecco questa idea non mi ha fatto cedere. E quando finalmente ci siamo incontrate di nuovo eravamo così emozionate da non sapere cosa fare o dire, o che gioco scegliere. Ancora la paura di una carezza, di un bacio, di quel contatto a cui eravamo abituate e di cui non potevamo fare a meno in ogni incontro.

E la difficoltà di spiegare a Matilde, la più grande, il perché non si può fare “din don” con il nasone della zia, e capire che non ci sono parole davvero adatte di fronte agli sguardi straniti dei bambini. Così come cercare di impedire a Rachele e Agnese di esplorare il mio viso. Quando entro in casa, Matilde vorrebbe abbracciarsi aggrapparsi a me, ma sa che deve aspettare che mi tolga la mascherina, le scarpe e che mi lavi le mani, e mi guarda fare tutto questo con tanta impazienza che mi stringe il cuore. Però lo fa, aspetta a distanza che io finisca questo rituale di protezione per poter giocare finalmente insieme.

Questa distanza mi ha “sanificata” da alcune di quelle esigenze materiali che io sono convinta siano state un grande veicolo di contagio, e questo non lo dico perché mi sento “l’eletta che sa e comprende tutto”, ma invitare a una riflessione comune su che tipo di mondo abbiamo creato, che sarà poi quello su cui muoveranno i loro passi i nostri figli e nipoti.

Irene Calabria

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Autore dell'articolo: Simona Merlo