Arte e rimbalzi #2

Quell’anno era passato velocemente tra gli infiniti impegni che Elga ed io abbiamo tra teatro e contrada; infatti arrivò dicembre che neanche avevamo pensato ai regali di Natale. Un freddo incredibile, gonfie di imbottiture, cappelli e guanti, passeggiando per la strada, il nostro discorso virò sul da farsi per il 31 dicembre, la notte più lunga dell’anno.

C’è chi ama l’atmosfera natalizia!
Sempre odiata, prima di tutto perché per me è sempre stato periodo di lavoro duro, poi perché non sopporto la rincorsa ai regali, quelli che si devono fare per forza.
Non Rita, lei adora sia l’aria che si respira, sia andare in giro per negozi a spendere soldi inutilmente. E poi c’è da pensare a cosa fare l’ultimo dell’anno: un’angoscia…
Meno male che anche per quest’anno non devo decidere nulla: grassa mangiata in un posto non troppo sperduto contornata da gente che non conosco mentre Lele canta! Questi ingaggi sono una manna dal cielo!

Mi disse che a suo marito gli era stato chiesto di suonare in un locale, poco fuori dalle mura, e che cercava qualcuno che presentasse la serata. Così chiediamo al poliedrico Checco, che tanto abituato com’è al teatro gli sarebbe stato facile tener banco a una cena di duecento persone, e così si sarebbe risolta anche la notte di Capodanno stando, in qualche modo, tutti e quattro insieme.

E se si unissero anche Rutz e Checco… mica male l’idea di coinvolgere Checco!

I preparativi iniziarono poco dopo Natale. In pochi giorni fecero la scaletta musicale per Lele e una bozza di presentazione dei giochi per Checco. Noi, in realtà, abbiamo fatto solo una telefonata per prenotare i due posti a sedere per me ed Elga, in modo da essere vicine e poter spettegolare tutta la sera! Tanto i due showmen sarebbero stati impegnati sul palco.
L’ingresso alla sala era rivestito di piccole luci bianche lampeggianti con all’interno una cornice di aghi di pini e muschio: un’impronta elegantissima. I nostri abiti erano semplici rispetto a tutte le persone che avevamo intorno: io indossavo un pantalone nero e una camicia larga grigia, una collana di plastica trasparente e le mie scarpe intramontabili Fornarina (stile da ginnastica) con la zeppa. Elga, che riesce a portare il tacco, aveva un paio di fuseaux e un vestito sopra che le arrivava al ginocchio: sembrava una tappezzeria dei divani anni ’60, il che le dava comunque un tono di originalità.

Arriviamo al locale, una stanza enorme strapieno di tavoli, molti già occupati, e mi rendo conto che sembra di essere stati catapultati all’improvviso all’interno di una tela di Botero.
La persona meno in carne è a dir poco robusta.
In verità mi stanno più simpatiche le persone in ciccia di quelle “secche strinite”, quindi sono a mio agio sempre se non considero l’età media (altissima) e il tipo di abbigliamento. Mi sono chiesta: ma che è una serata di gala? Ah già, no è solo l’ultimo dell’anno!
“Ma chissene…”.
Andrà come al solito: passerò una serata tranquilla con amici mentre Lele canta e intrattiene il pubblico che, ne sono convinta, avrà gusti musicali decisamente lontano dai miei.

I nostri posti erano centrali rispetto a tutta la sala: dominavamo tutti. La nostra prima constatazione sulla cena, guardandoci in giro, è che doveva essere lauta, non c’era una persona seduta che fosse magrolina. Buon per noi. La nostra autostima poteva arrivare alle stelle!
Un gruppo di signore era proprio alla nostra destra; parlavano di qualche soap opera spagnola e dei loro costumi di scena. Dai primi discorsi sembrava proprio che fossero loro le sarte o, forse, le nostre considerazioni erano un po’ troppo fantasiose: “Oh Elga, ma quella col vestito blu, secondo te, quanti anni ha? La vedo più vispa di tutte, mira che scollatura!”. E quella col vestito verde, quella con la pelle un po’ più abbronzata si gira a guardarci, come se avesse capito che stavamo parlando proprio di loro. Ci riprendiamo un po’ e giriamo gli occhi su Lele e Checco che stanno per iniziare la serata.

Ed ecco che mi rendo conto: non solo i gusti musicali sarebbero stati diversi, ma qui sembra veramente ci abbiano infilato a forza, proprio come in un dipinto di Botero.
Osservo una signora che parla amabilmente con la sua vicina: riesco anche a captare qualche parola, ma sono talmente rapita dall’acconciatura della prima e dall’abito della seconda, che non riesco a concentrarmi su quello che dicono.
L’acconciatura è stranissima! I capelli sono lunghi con delle piccolissime pieghe, quasi delle onde, scendono lungo la robusta schiena della signora mentre, sul viso, sembrano appiccicati, come ritagliati e messi lì a incorniciare quel bel faccino paffuto.
L’abito, invece, della sua “commare”, sembra quasi stiano confabulando, è di un rosso sfacciato. Anche lei ha i capelli sciolti e molto simili alla prima. Con Rutz le abbiamo già battezzate: la prima, quella dai lunghi capelli e con un abito marrone, è la “Signora Cioccolata”, l’altra è ovviamente la “Signora Rossa”.
Riguardando bene Cioccolata, sembra che si sia allontanata ora ora dal suo gatto e subito la adoro! Si perché chi, come me, ha un amico a quattro zampe ma con tanto pelo, può cercare di pulirsi benissimo prima di uscire, ma ci sarà sempre un pelo dell’amico che si era nascosto e che uscirà fuori prima o poi. E infatti la Rossa, mentre parla animatamente con Cioccolata, non la guarda in faccia! I suoi occhi sono puntati sulla matassa di peli che è troppo grossa per essere sfuggita al controllo prima di uscire.
Ma la mia attenzione è sempre più sulla Signora Rossa: il suo abito di un rosso accecante potrebbe andar bene a una bimba! Ognuno è libero di indossare quel che più preferisce, ci mancherebbe, ed io sono l’ultima che può permettersi di giudicare, però… però… È un abito stretto in vita con una scollatura quadrata sul davanti che trattiene a stento un prominente seno (ah che invidia!). Tutti i bordi sono ripresi da un nastro giallo, vivo, quasi oro, sgalettanti. Intorno alla vita ha una specie di cintura, potrebbe essere raso rosa, anzi no fucsia, che dietro finisce in un bel fiocco. Ecco perché mi aveva attratta: credevo fosse una bimba, ma la signora, sorridente e chiacchierona, è forse più grande di me.

Applausi per un buon ingresso accompagnato da un rullo di batteria! Lele e Checco incominciano a duettare: al via le battute di intrattenimento.
Mentre iniziano a servire l’antipasto, una coppia in ritardo si siede al tavolino di fronte. Per fortuna uno davanti all’altra perché la loro mole è impressionante e i loro visi, tristi, avrebbero ammosciato qualsiasi persona intorno. La donna appare provocante, appena seduta si son viste le sue calze auto-reggenti, mentre lui riempiva il suo completo marrone fino a scoppiare, tant’è che il suo primo gesto è stato quello di allentarsi la cravatta arancione che aveva strizzata al collo.

Rita mi fa notare una coppia di ritardatari. Si stanno sedendo tutti arruffati, li vedo e inizia il nostro gioco di inquadrare, ambientare e motivare tutto dei due sconosciuti. Secondo me – pungolo Rutz – sono in ritardo perché si sono fermati… “Non sono nemmeno di queste parti”, procede lei passandomi la palla. Allora si sono sicuramente fermati in albergo prima di venire qui: vedi lei com’è tutta arruffata? I capelli, dico, si vede che ha fatto la piega da poco, ma sono tutti stropicciati. Lo sai che, Rita? Questi due hanno appena fatto sesso, hai capito gli zozzoni? E ci hanno dato dentro di brutto: lo vedi che lei ha anche i reggicalze e lui è tutto paonazzo che sembra del colore delle pesche, di quelle che hanno dietro le spalle, dentro a quel cesto di frutta?

Dopo aver già bevuto una bottiglia di Prosecco con gli antipasti, a metà con Elga ovviamente, a me scappa la pipì e le chiedo se mi accompagna: sia mai che le donne vadano in bagno una per volta. Ridacchiando durante il tragitto delle persone che ci circondano, arriviamo al bagno ed è occupato. Abbiamo aspettato un po’, ma nessuno usciva da quella porta. Busso ancora e niente, alla fine apro la porta e ci troviamo una scena agghiacciante: una donna completamente nuda che si guarda allo specchio, compiaciuta dei suoi capelli. Chiudo con potenza la porta, guardo Elga con occhi sgranati dall’imbarazzo: “Rutz, ma cos’hai visto?” – “Nulla Elga, vai vai te, io non ce la faccio!” e rido.

La serata inizia a prendere il volo tra innumerevoli portate che ti fanno pensare di essere al famoso e luculliano pranzo di Babette o peggio ancora alla Grande Abbuffata, e anch’io, che notoriamente mangio e bevo come un uomo, inizio a sentirmi pienotta.
Rutz mi chiede di andare al bagno con lei e subito sospetto che abbia da dirmi qualcosa: questo fatto che le donne vanno necessariamente al bagno in due non ci riguarda di solito.
Infatti, appena chiusa la porta, iniziamo a dirci quello che ciascuna ha notato.
Ridiamo, non parliamo male e nemmeno sparliamo o giudichiamo, ma siamo due osservatrici e ci piace vedere l’umanità che ci circonda.
Stavo per dirle di questa sensazione di essere finite in un paese dove tutti sembrano i modelli perfetti per Botero, quando Rutz mi chiede di aprire la porta del bagno.

Dopo poco esce la “Signora” chiedendoci scusa, spiegando che non essendo riuscita a passare tra due tavoli, si era rovesciata una piattata di tartine addosso e stava cercando di salvare il suo nuovo abito rosso. Non so se riesco a credere a questa versione, ma la faccia di Elga era troppo buffa, come paralizzata dalle mille domande che voleva farle.
“Elga, vieni via, Elga… vieni facciamo la pipì”. Credo da fuori si possa esser sentito uno sguaiato ridere di 10 minuti, non riuscivamo a smettere. Io, che per scherzo volevo toglierle il vestito e lei assecondandomi di gusto, stava cercando di sfilarmi le scarpe. Mentre fuori, avevamo creato una fila di salsicce giganti ballettanti e inquiete.
La cena era ovviamente lunga: dovevamo arrivare a mezzanotte. Checco e Lele che facevano giocare queste persone erano proprio divertenti per tutti gli ospiti. Lele che cantava veniva intervallato dalle infinite parole di Checco che, ve lo assicuro, stordirebbero chiunque. La serata filò via liscia, infatti, mancava solo un minuto a mezzanotte. Sullo schermo luminoso appeso alla parete i secondi andavano più veloci della mia mano che doveva scartare il tappo dello spumante e, di fretta, arrivare al tappo: -5 -4 -3 -2 -1 0 AUGURI! Iniziano le danze!
Fecero spazio tra i tavoli; la cena era finita.
Il lavoro di Checco era finito, Lele avrebbe suonato due canzoni ancora, ma poi la musica sarebbe proseguita con un disco programmato di liscio, valzer e tango. L’età media della serata era per la musica da sala.

Ed ecco che si aprono le danze.
La signora del bagno, sì proprio lei, sta ballando con il suo accompagnatore, il suo amante proprio nel mezzo della sala: sono felici, si divertono e forse sono anche orgogliosi di essere non solo fisicamente al centro della sala, ma anche al centro dell’attenzione di tutti gli altri.
Sono belli: piroettano leggeri come se la loro massa fisica non avesse peso, e sono contagiosi: emanano un’irresistibile voglia di unirsi a loro e scatenarsi lasciandosi attraversare dalla musica.

Elga con i tacchi in mano, io che mi sentivo più una donna di Botero che me stessa dalla quantità di cibo ingerita, Lele e Checco che, stravolti, si erano seduti su due sedie di legno in un angolo… tutto lasciava intuire la fine della nostra serata. Ci fermammo a fare due chiacchiere prima di riprendere le macchine e tornare a casa.

È tardi: vuoi per il cibo, vuoi per la tanta fantasia che abbiamo tirato fuori, inizio a essere stanca. Ci raggiungono Lele e Checco ed è a quel punto che ce ne rendiamo conto! Io e Rita ci guardiamo con aria interrogativa mentre con urgenza andiamo verso l’ingresso della sala, proprio dove tutto ha preso inizio.
Ci fermiamo di scatto, la prima sensazione è quasi di paura pensando di essere pazze, poi, al solito, scoppiamo in una bella, sana e GRASSA risata, mentre anche altre persone stanno riempiendo l’ingresso, recuperando i soprabiti per andare a casa.
Ridiamo di gusto perché proprio all’ingresso, una piccola mostra di Botero ha dato modo a due “strane” persone di essere in un altro posto e in compagnia di altra gente. Ci passano accanto le “sarte”: una alta alta, magra all’osso con i capelli corti, le altre più anonime ma con gli abiti dello stesso identico colore di quelle del quadro.

Solo la signora in rosso e il suo ballerino sono realmente veri.

Il resto è stato un bel gioco.

Elga e Rutz

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Autore dell'articolo: Simona Merlo