La casa delle belle addormentate – Yasunari Kawabata

Riconosco il pregio della finissima cesellatura di un personaggio – il protagonista – i cui pensieri e sensazioni emergono man mano che il romanzo si srotola davanti ai nostri occhi come un tatami preparato per la notte.

Riconosco la delicatezza delle descrizioni di atmosfere ovattate, che cullano pensieri in equilibrio tra sonno e veglia, vita e morte, vecchiaia e gioventù, memoria e oblio.

Riconosco la perizia di una narrazione sempre in bilico, che evita ponderatamente il duplice rischio della volgarità da un lato e della noia dall’altro.

Riconosco il merito dell’invenzione di una trama inconsueta, ripresa in seguito da Gabriel Garcia Marquez nelle sue “memorie delle mie puttane tristi”, sostenuta da una struttura esilissima eppure incrollabile, semplice all’apparenza ma intimamente elaborata.

Vorrei dire che ho anche apprezzato tutto ciò, ma non è stato così: c’è un elemento che ha disturbato la mia lettura, un che di algido, di rigido, di sofisticato, che mi ha impedito di oltrepassare il confine che separa la bellezza dall’empatia.

Ariela Faso

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Autore dell'articolo: Simona Merlo