A sangue freddo – Truman Capote

Cos’è che determina un capolavoro?

Non si può negare che questo sia un caposaldo della letteratura contemporanea, il primo “reportage narrativo” propriamente detto, frutto di un impegno più che notevole da parte dell’autore e oggetto di critiche entusiastiche da ogni dove.

Ciò detto, le emozioni che ho provato leggendolo sono state pari a zero, non ho provato il coinvolgimento e il pathos che molti rilevano, e, tutto sommato, non mi è piaciuto.

Fatto sta che non dimenticherò così facilmente questo romanzo. Non tanto per la fatica che ho fatto a leggerlo, per la povertà stilistica (sì proprio così, avete letto bene!) che lo contraddistingue, o per la noia che mi ha trasmesso. No, perché nonostante queste caratteristiche che me lo hanno reso ostico e ne hanno rallentato la lettura, devo comunque ammettere che tutti – proprio tutti – i personaggi ne vengono fuori vividi e reali come reale è il fatto di cronaca raccontato.

Non dimenticherò i personaggi, dicevo, ma neanche il punto di vista dell’autore, che non si sbilancia in giudizi ma mette in mostra innumerevoli pregiudizi, che si cala in una realtà tragica e ne esamina tutte le caratteristiche, mettendo in campo, forse per la prima volta, un’attenzione all’analisi psicologica criminale che prenderà sempre più piede negli anni a seguire.

Allora cos’è che determina un capolavoro? Davvero non lo so.

Do atto a Capote di avere saputo cogliere il carattere peggiore della provincia nordamericana, disegnando un indimenticabile affresco di miseria, degrado, abbandono e aspirazioni deluse, messe a confronto con una giustizia fredda e insensibile, una borghesia autocentrica e un concetto di giustizia che non si regge in piedi.

Ma nonostante tutto ricorderò ancora la noia di un ritmo sincopato, la difficoltà di un linguaggio più che semplice, la delusione di un’empatia mancata.

 

Ariela Faso

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Autore dell'articolo: Simona Merlo