Spoiler alert. Didone sulla spada: “Ma che regalo di…”

Amor vincit omnia (soprattutto l’amore per se stessi).
Finalmente un finale alternativo

Lì, su quella spiaggia bianchissima a contemplare l’azzurro del mare e a fissare l’orizzonte, Didone. Splendida e fiera nell’aspetto, intenta a riportare il pensiero indietro nel tempo, a quel passato intriso di dolore, sofferenza e amore come a volerlo fissare in uno sguardo prima di ricominciare. E quante volte aveva già dovuto farlo. Ogni qual volta gli dei l’avevano messa a dura prova lei era sempre andata avanti. E come avrebbe potuto essere diversa da quella che era. Eppure di una cosa era certa: non avrebbe mai potuto perdonare suo fratello, lui che l’aveva privata dell’uomo con il quale aveva deciso di condividere tutta la sua vita, il caro Sicheo, il solo che aveva e che avrebbe mai amato (o almeno così credeva).

Guercino – La morte di Didone
Guercino – La morte di Didone

Pigmalione, suo fratello, era molto diverso da Didone: tanto buona e altruista lei, quanto perfido ed egocentrico lui. Didone sapeva che alla morte del padre, Pigmalione non avrebbe condiviso con lei il regno ma arrivare addirittura a uccidere Sicheo era qualcosa che non avrebbe potuto presagire. Dopo quel gesto vile aveva iniziato a temere per la sua stessa vita. Cosa avrebbe potuto fare? Uccidere suo fratello? Vendicarsi? No! Non le apparteneva e così approfittando dell’ennesimo maldestro tentativo del fratello di liberarsi di lei si era imbarcata di notte sulla nave messa a disposizione dallo stesso Pigmalione, fingendo di gettare le sue ricchezze in mare (in realtà erano di sacchi di sabbia) ed era giunta, dopo un lungo viaggio, a Cartagine. Svuotata di un passato di cui vivo sentiva soltanto il dolore andava incontro a un futuro incerto.
Ed eccola Didone in terra straniera, carica d’oro, bellissima forse proprio a causa di tutta quella sofferenza, circondata da principi per nulla indifferenti al suo fascino. E da brava “profumiera” (direbbero i miei amici oggi) era riuscita a sedurre anche Iarba, un re locale, carino, nulla di speciale e che di Didone aveva sottovalutato l’intelligenza tanto da proporle un pezzetto di terra grande quanto la pelle di un bue su cui costruire un’abitazione; e lei quella pelle l’aveva tagliata a strisce sottilissime e ne aveva ricavato il perimetro delle terra! Iarba, talmente sbalordito e sedotto da cotanta intelligenza, le aveva donato l’intera terra su cui costruire il nuovo regno e su cui sarebbe sorta Cartagine. Il povero principe “ci aveva anche provato”. Certo ricco era ricco, disponibile anche ma si sa a noi donne le cose facili non piacciono. “E se… No, no!” continuava a ripetersi Didone “Nessun uomo dopo Sicheo. Voglio soltanto far splendere la mia Cartagine. E poi se Pigmalione, sangue del mio sangue, è stato capace di cotanta violenza chissà cosa sarebbero in grado di fare gli altri uomini”. Ma si sa, tra il dire e il fare… Didone si innamorò, infatti, ma non di Iarba: come fanno tutte le donne intelligenti… come un imbecille.
Lei che avrebbe potuto avere qualsiasi uomo da brava “crocerossina ante litteram” rimase vittima del “caso umano” e non intendo il destino ma “il caso umano”.

Che poi questi “casi umani” bisogna ammettere che sono dei fighi pazzeschi. E infatti eccolo che arriva Enea, insieme al figlio, non soltanto bello, ma valoroso, un sopravvissuto all’eccidio e alla distruzione di Troia. Vi starete chiedendo: e la moglie? Non c’era una certa Creusa? Niente! Sparita all’improvviso durante la fuga (Mah…Chissà quale sorte le era toccata realmente. A volerci pensare Virgilio avrebbe potuto anche ipotizzare di farla tornare a reclamare il marito subito dopo il matrimonio con Didone per poi vederli andare via insieme verso una nuova patria salutando la regina dalla prua della nave ma… “Poveretta!” Deve aver pensato il maestro: “Meglio non esagerare”).
Torniamo a Enea che arrivato a Cartagine si era trovato la “tavola apparecchiata”: Didone, bellissima, single (o vedova, se preferite), regina di una città che meritava, tra le altre cose, anche (e soprattutto) per la posizione geografica favorevole ai traffici commerciali. Lei non soltanto lo aveva accolto (si sa: lo straniero era sacro, non se ne doveva aver paura, come accade oggi. Certo Virgilio farà dire a Didone in un momento di delirio che avrebbe dovuto “buttarlo a mare”, anticipando qualche buontempone dei nostri giorni) ma aveva commesso l’ennesimo errore. Certo avrei voluto vedere voi care lettrici, voi dinanzi a un povero eroe, bello come il sole, vedovo, con un figlio già cresciuto (particolare non trascurabile per chi non ha figli anche perché, diciamocela tutta non è che la gravidanza sia poi una passeggiata di salute, per non parlare del parto!) di sani principi tanto da trasportare il povero padre addirittura sulla schiena… non avreste trascorso con lui una notte d’amore?

Ecco, cara Didone, una notte d’amore e basta!
Ma Didone non si era accontentata, no, lei doveva fare le cose in grande, il matrimonio era d’obbligo (neanche fosse stata siciliana: è vero le due coste erano vicine e magari le correnti erano in grado di trasportare determinati costumi…).
Che poi era stata la mia amica Era (vi ricordate la moglie cornuta di Zeus?) e non Zeus a scatenare un temporale prima delle nozze e Didone anziché pensare che “Quel matrimonio non s’ha da fare” o “Ogni impedimento è giovamento” o, ancora, “Gli dei, forse, vogliono comunicarmi qualcosa” deve aver pensato “Sposa bagnata sposa fortunata”.
All’improvviso qualcuno si era ricordato che Enea aveva ben altro da fare, che il Destino doveva compiersi, che Roma e Cartagine erano destinate alla discordia.
Ed ecco che lo straniero venuto da Troia, accolto come un principe, era riuscito a tirare fuori la miglior parte della sua componente maschile: anziché dire a Didone come stavano le cose, si era dedicato ad armare le navi per partire di nascosto, come se quella donna che gli aveva aperto le porte di casa, lo aveva accolto inimicandosi persino lo stesso Iarba, non meritasse alcuna spiegazione.
E qui non sconvolge Enea, che anzi appare perfettamente coerente con la logica maschile. No! Sconvolge Didone che peggiora la situazione e addirittura lo supplicava provando a trattenerlo, chiedendogli persino un piccolo Enea e nel frattempo faceva preparare la catasta di legna, premeditando il proprio suicidio e prendendo in giro tutti, perfino quella povera sorella Anna (che certo qualche colpa in questa storia l’aveva).
E quando Enea si era ormai imbarcato, incurante del dolore di questa donna, che fa Didone? Impugna la spada che lui le aveva regalato (perché ovviamente un regalo tipo una collana, un anello, un bracciale deve essergli sembrato brutto) e…

Pompeo Batoni – Didone ed Enea (Didone abbandonata)
Pompeo Batoni – Didone ed Enea (Didone abbandonata)

Non me ne voglia Virgilio ma non riesco ad accettare l’idea che una donna come Didone possa rinunciare al dono più prezioso, che è la vita, per un uomo che dopo aver mangiato alla sua tavola se ne va come se lei non valesse nulla.

…sollevata quella stessa spada, mentre giura che mai ci sarebbe stata pace tra Roma e Cartagine, con l’orgoglio e la forza di cui solo le donne sono capaci, la getta nel fuoco. E dopo sette anni la troviamo proprio lì, dov’era all’inizio, su quella spiaggia a osservare il piccolo Sicheo che gioca con Iarba. Alle sue spalle la splendida Cartagine, sempre più ricca e splendente. Certo Iarba ci aveva messo un po’ di tempo a conquistarla, perché noi donne facciamo pagare agli altri il prezzo del trattamento che qualche “imbecille” ci ha riservato, ma, alla fine, con dolcezza e con cura c’era riuscito. Perché forse Iarba non era un “caso umano”, forse non era bellissimo e non aveva dovuto lottare e fuggire per salvare la propria vita, tuttavia era cresciuto in una famiglia in cui aveva imparato l’amore e, infatti, lui sì che sapeva amare (ecco il finale per le romanticone alle quali ricordo che il mondo è sempre pieno di uomini e che la vita è un bene prezioso che riserva sempre infinite opportunità).

O…

All’alba del giorno seguente, dopo aver trascorso una notte insonne a guardare il mare su quella spiaggia da dove aveva visto arrivare e ripartire Enea, a giurare a se stessa che ce l’avrebbe fatta ancora. Si era poi rialzata dirigendosi verso la sua dimora dicendo: “Oggi è un altro giorno!” (possibile finale per le donne indipendenti e, a volte, persino un po’ troppo femministe).

A proposito di giorni che passano: e se Penelope non avesse atteso Ulisse tutto quel tempo?

Daniela Balsano

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Autore dell'articolo: Simona Merlo