Penelope e … “la cosa giusta”

Avevano trascorso l’intera notte ad amarsi quei due. Dopo vent’anni erano lì su quel letto che Ulisse aveva costruito a suo tempo (e di letti ne aveva visti in quegli ultimi vent’anni). Lui si era addormentato, finalmente a casa. Lei, invece, quel letto non lo aveva mai lasciato e quante notti insonni a piangere e quante trascorse vicino a Telemaco, suo figlio, troppo piccolo per crescere senza un padre che a soli quattro anni aveva visto andar via senza comprenderne il perché (la guerra ai bambini è proprio difficile da spiegare…).

Ma chi poteva sapere quanto sarebbe stato lontano Ulisse quella mattina in cui le aveva annunciato che sarebbe partito per andare a combattere contro i Troiani. E lei aveva maledetto Elena, quella donna che per correre incontro all’amore era riuscita a mettere a rischio tanti altri amori (a volerci pensare Menelao, il marito di Elena, non era per nulla un bell’uomo, era uno di quelli che in Sicilia potremmo definire “Tasci”, pronto a ostentare le proprie ricchezze, per nulla gentile nei confronti delle donne in generale e ancor meno verso la sua che era di una bellezza a dir poco unica. Uno che insomma considerava le donne oggetti o proprietà come avrebbe mai potuto accettare che un ragazzino potesse portare via sua moglie e restare impunito. A Elena non doveva essere parso vero quel Paride, giovane, un figo pazzesco, capace di dedicarle un numero infinito di attenzioni, impavido. Che poi a guardarli entrambi che la lotta fisica fosse impari era chiaro a tutti. Era come organizzare un incontro tra un Chihuahua e un Rottweiler).

Ma torniamo alla nostra Penelope il cui marito non soltanto era bello ma a dir poco geniale. E lui si era opposto per evitare di andare in guerra, si era perfino finto pazzo facendosi trovare ad arare la sabbia del mare e a cospargerla di sale (Ulisse deve aver pensato che questo fosse il gesto più folle che si potesse compiere forse perché a lui sono stati risparmiati gli adulti in giro in cerca dei Pokemon).

Ovviamente dovette frenare l’aratro dinanzi al cui solco Palamede (colui il quale si era occupato della convocazione degli eroi per volere di Agamennone e al quale Ulisse, che non era uno che dimenticava, l’avrebbe fatta pagare in piena guerra di Troia facendo trovare nella sua tenda una finta lettera di Priamo, re di Troia, chiaro indizio di tradimento) aveva posizionato Telemaco e la cui vita Ulisse non avrebbe mai messo a rischio. E a Penelope non era rimasto altro da fare che veder partire il suo uomo. Giorno dopo giorno aveva atteso la notizia della fine della guerra arrivata dopo 10 lunghi anni. Sapeva che il suo Ulisse sarebbe tornato, troppo arguto, troppo intelligente ma… i giorni passavano e mentre tutti rientravano di lui nemmeno l’ombra. Che fosse morto? No! Ne era certa, ma sapeva che quell’uomo non era per nulla insensibile alle belle donne e “chissà che non ne abbia incontrata una” pensava la povera Penelope. Mentre lui trascorreva le notti con Calipso, Penelope passava le sue a piangere e a sentirsi in colpa per aver ceduto. Tre volte, soltanto tre, ma quell’amore le aveva permesso di sentirsi ancora viva, desiderata, amata. Lei che di responsabilità ne aveva davvero tante, lei che persino il suocero invitava a un nuovo matrimonio sapeva che Ulisse prima o poi sarebbe tornato. Si era inventata persino lo stratagemma del sudario per far scorrere il tempo perché non avrebbe potuto cedere ad un altro matrimonio per convenienza anche perché lei l’amore lo aveva conosciuto…

Quella guardia così discreta ma così attenta a lei da non perderla mai di vista che, quel giorno in spiaggia, non era più riuscita a trattenersi dinanzi all’ennesimo suo pianto disperato mentre, immobile, osservava un orizzonte sempre più vuoto e l’aveva stretta a sé trasmettendole quella sicurezza e quella protezione che a lei, abituata a proteggere gli altri, mancava da anni e lo aveva guardato negli occhi e a quel punto non era riuscita a dir(si) di no. Sentiva dentro di sé il desiderio di essere amata ancora, di sfiorare la schiena di un uomo che fosse lì per lei ed era stato travolgente, salvo poi (tipico di noi donne) sentirsi in colpa e fuggire via come se avesse commesso il più atroce delitto e invece chissà come avrebbe reagito se avesse saputo quanto Ulisse se “la stesse spassando” con Calipso.
Ma gli occhi di quell’uomo, il suo modo di guardarla e di sfiorarla con quella delicatezza propria soltanto di chi ama con dolcezza le trasmettevano dei brividi e delle sensazioni che lei non riusciva a controllare. Lei che aveva sempre avuto il controllo su tutto. E lo aveva persino fatto spostare da una zona all’altra del castello per evitarlo salvo poi rendersi conto che era lei a tornare a cercarlo perché tanto per citare Troisi “L’Amore è quella cosa che tu sei da una parte, lui dall’altra e gli sconosciuti si accorgono che vi amate…”.

E avevano ancora fatto l’amore con una passione che soltanto le cose nascoste possiedono e lei che aveva giudicato Elena adesso si trovava a comprenderla ma lei no, lei non avrebbe messo a repentaglio la vita di nessuno, tanto meno quella di quell’uomo grazie al quale era tornata a sentirsi viva, che le permetteva di non avere paura nei momenti difficili perché le bastava voltarsi e lui era lì. Mai uno sguardo di troppo, un gesto improvviso, uno di quei pochi uomini capaci di amare davvero.
E certamente se scoperto sarebbe stato ucciso. E le donne che amano davvero sanno andare via se la posta in gioco è troppo alta, se il rischio è la vita stessa dell’uomo che amano e… aveva detto basta con la risolutezza che spesso solo le donne possiedono. E lui aveva rinunciato soltanto a patto di poterla proteggere ancora dando la sua parola che mai più le si sarebbe avvicinato. E ci sono uomini sanno mantenere ciò che dicono, che sanno amare in silenzio e proteggere soffrendo. E quanto aveva sofferto nel vedere tutti quei proci lì a cercare di accaparrarsi la donna che lui amava e lei a incrociare il suo sguardo carico di sofferenza. E chissà se era l’attesa di Ulisse o qualcos’altro a permetterle di andare avanti. E chissà se in cuor suo qualche volta non abbia atteso la notizia della morte di Ulisse per poter amare quell’uomo che l’aveva ancora fatta sentire viva, amata, donna.

Daniela Balsano

Certo Ulisse qualcosa le aveva insegnato e scoperto il suo stratagemma si era inventata la storia dell’arco impossibile da tendere se non da Ulisse stesso. Ed eccolo l’eroe tornato sotto le vesti di un mendicante, tendere l’arco e rivelare la sua identità. E lo sguardo di Penelope era andato subito alla sua guardia che, dopo aver soffocato per l’ennesima volta quella stretta al cuore, si era gettato nella mischia per proteggere la donna che amava e che poi ancora una volta era rimasto dinanzi alla porta di quella camera dove lei era tornata ad amarsi con Ulisse e mentre l’eroe dormiva in quel letto non più vuoto, lei era lì seduta a guardare davanti a sé, pronta a fare ancora una volta “la cosa giusta”.

Questa mia versione è per tutti quegli amori che, sebbene impossibili, continuano a vivere più forti di quelli finti e costruiti dentro pareti di case fatte di carta e di apparenze. E chissà poi se qualcuno può dire davvero cosa sia giusto o cosa sia sbagliato, ma io Penelope la immagino così, con qualcosa che le dia la forza di andare avanti perché se all’uomo tutto è concesso, alle donne sono chiesti talvolta sacrifici enormi e quasi sempre attribuite colpe troppo grandi. Colpe come quelle di Elena…

Daniela Balsano

Share and Enjoy !

0Shares
0 0

Autore dell'articolo: Simona Merlo