Cassandra, la profetessa inascoltata

“Finiscila di fare la Cassandra!”: è la frase che ripeto spesso a me stessa. Ogni volta che penso di essere felice o che la felicità prova ad avvicinarsi, parto con quei miei flussi di coscienza che mi portano quasi sempre a fuggire da quella felicità. Da una parte Orazio che inneggia al “carpe diem” dall’altra Cassandra che mi dice “stai attenta”.

 

So perfettamente che aveva ragione Seneca quando nelle sue Epistulae ad Lucilium scriveva: “Quello che consiglio è di non essere mai infelice di fronte alla crisi perché può essere che i pericoli davanti ai quali impallidisci non ti raggiungeranno mai”. Ma so anche che quelle volte in cui ho ignorato il mio intuito, poi ho dovuto chiedergli scusa. Insomma io vivo così: da una parte Seneca e dall’altra, se non Cassandra, mia madre con “pensa male per trovarti bene”!

A Cassandra è toccata una sorte misera. Immaginate per un attimo di poter sapere esattamente che qualcosa di brutto accadrà a chi amate, che provate ad avvisarlo in ogni modo ma che questo non vi ascolti, vi consideri una povera pazza, salvo poi rendersi conto, dinanzi alla morte, che forse avrebbe dovuto ascoltarvi. L’unico conforto è immaginare che siate stati il suo ultimo pensiero col dubbio di essere stati maledetti per la sfiga da qualcuno in punto di morte.

A Cassandra accadde esattamente quello che vi ho appena detto. Lei era la più bella tra le figlie di Priamo, aveva deciso di diventare sacerdotessa d’Apollo e come tale di rimanere vergine e illibata, ma si sa, è capitato a tante, troppe donne che a decidere per loro fossero gli uomini. E in effetti alcuni uomini spesso hanno difficoltà a comprendere il termine rifiuto, figurarsi se si tratta di un dio come Apollo, il dio dei vaticini, dell’arte, della poesia che, innamoratosi di Cassandra, per indurla a concedersi prima le promette il dono della profezia che lei accetta e poi, ottenuto il dono, dinanzi al rifiuto della donna di amarlo, compie un gesto di estremo disprezzo: le sputa in bocca e la condanna a predire e conoscere sì il futuro, ma a non essere mai creduta.

“Se soffiando sulle tue labbra ti ho concesso il potere della divinazione, sputando sulla tua bocca ho tolto alla tua voce il potere della convinzione. D’ora in poi, nessuno crederà ai tuoi vaticini e ti prenderanno per una di quelle pazze che percorrono le strade come uccelli del malaugurio… nessun mortale crederà alle tue visioni e Troia brucerà per colpa tua!”

Certo però che anche tu Cassandra provare a fregare così un Dio! Promettere di… e poi dire ci ho ripensato, qualche rischio avresti dovuto metterlo in conto… Gli uomini non sempre accettano i ripensamenti e non erano ancora maturi i tempi per gli dei misericordiosi. All’arrivo di Elena a Troia aveva tentato di avvisare il padre che quella donna avrebbe causato la distruzione della loro città, ma questi non le aveva creduto. D’altronde pensare a una ritorsione di quell’uomo così diplomatico come Menelao doveva essere sembrato impossibile al vecchio Priamo e se poi lo stesso Menelao avesse chiesto consiglio al fratello Agamennone questi, che oggi potremmo ipotizzare candidato al Nobel per la pace, avrebbe di certo placato l’animo del fratello cornuto. Povera Cassandra che se anche non avesse avuto la dote di profetizzare il futuro, di certo da donna con un minimo di capacità di ragionare qualcosa lo avrebbe capito comunque. E a dire il vero non mi è sembrato che servissero le doti divinatorie per comprendere che dietro quel cavallo di legno doveva esserci qualcosa di strano, persino a me il dubbio sarebbe venuto!

Comunque i suoi guai non erano ancora finiti. Durante la distruzione di Troia si rifugiò nel tempio di Atena e qui venne ritrovata da Aiace d’Oileo che la violentò. Ripresasi dall’amplesso forzato, Cassandra ritornò al tempio, si gettò ai piedi della statua di Atena e supplicò la dea di realizzare la sua vendetta: “Potente figlia di Zeus, divina fra le dee, osserva il rispetto che mostrano i greci, che tanto stimi, per i supplici che si prostrano di fronte a te. Non permettere che quest’uomo empio, che ha macchiato la tua sacra dimora, torni a vedere i suoi né a mettere nuovamente piede nella sua patria”.

Aiace non rimise più piede in patria: morì per mano di Poseidone. Agamennone strappò Cassandra ad Aiace e la portò con sé a Micene, dove ad attenderla avrebbe trovato morte certa per mano di Clitennestra.

Oggi la “sindrome di Cassandra” è la sindrome di chi profetizza avversità; in realtà però credo che Apollo abbia condannato la povera Cassandra a qualcosa di più terribile che il non essere creduta dinanzi alle sue profezie: assistere alla distruzione di Troia e a tutte le sue conseguenze come una sorta di déjà-vu e rimanere inerte e impotente dev’essere stata, infatti, la punizione più tremenda.

L’urlo di dolore è già terribile di per sé, se poi non viene ascoltato nemmeno da chi ami e da chi dovrebbe amarti quell’urlo diventa tormento, strazio, angosica… solitudine.

Daniela Balsano

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Autore dell'articolo: Simona Merlo