Il bambino scambiato – Kenzaburo Oe

Un romanzo libero da ogni schema, che parte in sordina e va avanti in un continuo crescendo di immagini, situazioni e sviluppi, con un ritmo sempre più incalzante. L’elemento autobiografico, che in Oe non manca mai, è stemperato dall’uso della terza persona, ed è ancora una volta una solida base per l’analisi dei concetti più vari, dai tipici interrogativi sulla vita e sulla morte, al ruolo dell’arte e della letteratura, alla situazione politica e sociale del Giappone, ma soprattutto della solitudine dell’uomo e del suo bisogno di infinito.

In un contesto etereo, quasi onirico, ma mai distante dalla realtà oggettiva, l’autore compie un percorso ramificato, toccando innumerevoli argomenti, sviluppando ogni parte del proprio pensiero in maniera sempre più approfondita, con una prospettiva sempre diversa: una tecnica che se a primo acchito mi è sembrata ridondante, in seguito ha rivelato una forza narrativa insperata, per la vividezza delle immagini e la profondità dell’introspezione che riesce a trasferire.

Per me questo autore è un maestro della parola e della costruzione narrativa, oltre ad essere un intellettuale incredibilmente versatile: mi ha sorpreso qui la sua attenzione all’esegesi biblica, quasi altrettanto di quanto mi aveva già sorpreso in passato la sua straordinaria conoscenza della Divina Commedia. Un intellettuale, filosofo, amante delle arti in generale che – lontano dalla boria che avrebbe tutto il diritto di assumere – con una sottile vena autoironica e una forte tendenza all’autocritica, ci si mostra in tutta la sua fragilità, il suo bisogno di contatto, la sua disperazione, le sue debolezze, tutta la sua dilaniata umanità.

Questo è uno di quei casi in cui vorrei essere poliglotta: sarei davvero curiosa di leggere le sue opere in originale, perché ho avuto la triste sensazione che il passaggio attraverso la traduzione sia un serio ostacolo alla freschezza della sua prosa.

Ariela Faso

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Autore dell'articolo: Simona Merlo