Su Italo Svevo – Parte #1

Giovedì 13 settembre 1928, “Il Gazzettino” e la “Gazzetta di Venezia” riferivano di un drammatico incidente d’auto per colpa del quale un certo signor Aron Hector Schmitz (67 anni) sarebbe morto tre giorni dopo non senza aver chiesto, invano, al medico l’ultima sigaretta.
Per la Trieste dei traffici e della navigazione, il signor Schmitz era da sempre commerciante ben quotato, con una solida posizione economica e ottime referenze. Questa era l’apparenza sotto la quale esisteva un altro uomo: un analista raffinato del cuore umano, un osservatore attento della mediocrità della vita, delle piccole cose ridicole che governano gli esseri umani e le loro azioni: sotto Ettore Schmitz c’era Italo Svevo.

Lo pseudonimo, dal suono medievale e che rivela la duplicità culturale dello scrittore per metà italiano e per metà tedesco, fu adottato, a detta dello stesso, perché “gli faceva pena nel nome Schmitz quella povera i fracassata da tante consonanti”. In realtà l’autore trovava difficile accettare la propria identità familiare – il padre era ebreo – che gli imponeva di seguire le orme di tutti gli Schmitz: commercianti e uomini d’affari per i quali la letteratura era solo un vizio.
Eppure a Ettore la scrittura riusciva a dare senso e ordine al disordine di un’esistenza troppo borghese e scontata, era lo scandaglio per penetrare la sua vera natura.

Nel ’28 Italo Svevo, ormai vecchio scrittore di successo, scriveva: “E ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! L’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata”.

Luperini afferma: “Svevo è quasi coetaneo di D’annunzio eppure si potrebbe dire che l’uno chiude un vecchio mondo, l’altro ne apre uno nuovo. D’annunzio riduce la vita a spettacolo e l’arte a mercato, è tutto fuori di sé, nel pubblico […] per Svevo la vita è tutta dentro, è desiderio e negazione del desiderio, ricerca di un punto di equilibrio fra il principio di piacere e il principio di realtà, e la letteratura uno strumento privato di questa ricerca”.

Ettore Schmitz, attivo nella concreta e storica vita di Trieste, si sdoppia perciò in Italo Svevo osservatore di anime, indagatore della “vita orrida vera” che scruta ansiosamente per decifrarne un possibile significato e la scrittura è per lui una “pratica privata” di tipo “igienico” che consente di conoscere gli autoinganni dell’individuo.
Ettore dunque opera a Trieste, città dal prepotente sviluppo economico, priva di tradizioni culturali, dove si colgono chiaramente le immagini contraddittore dello spirito borghese fra due secoli. La crisi investe la piccola e media borghesia, una classe che non ha più certezze sul proprio ruolo e sulla propria funzione schiacciata com’è fra le élite del potere da una parte e l’emergere delle grandi masse operaie e contadine dall’altra. Qui la coscienza individuale può solo riflettersi nello specchio del presente, nell’immagine di una città nevrotica al primo posto in Europa nella cronaca dei suicidi.

L’opera di Svevo coglie perciò la nevrosi in atto dell’uomo economico, stretto nelle maglie dei doveri e dei legami che paralizzano e impediscono di vivere, una nevrosi che si può solo combattere grazie all’esercizio della scrittura che toglie alla vita le sue “cristallizzazioni” per trovare sotto di esse le pulsioni dell’Eros.

Saccone nel suo “Commento a Zeno” osserva: “La letteratura permette insomma di salvare la vita o almeno di difenderla”. E la vita per Svevo può essere difesa soprattutto dall’inetto, dall’ammalato, insomma dall’intellettuale che ormai coincide appunto con il “diverso”, con il “nevrotico”. Egli stesso porta in sé questo carattere di estraneità che è tipico di molti scrittori ebrei.

Carla Bardelli (nella foto)
A cura di Simona Merlo

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Autore dell'articolo: Simona Merlo