Le “ombre morbide” di Lucia Lungarella

Lucia Lungarella si racconta ai lettori di CasiQuotidiani e parla delle sue due grandi passioni – l’architettura e la fotografia – e di come le riempiono la vita. Ma chi è Lucia? Scopriamolo insieme attraverso le sue parole e alcuni dei suoi scatti più amati.

Prima di parlare del tuo lavoro, parliamo di te: chi è Lucia Lungarella?
Sono Lucia, dentista e ballerina… ah no, quella ero io a 6 anni, poi sono diventata pittrice… che bello quando passavo le giornate a disegnare affacciata alla finestra la vita e il mondo degli altri! Pittrice sono stata fino a 11 anni, quando ho deciso di fare la musicista e ho iniziato a suonare la chitarra classica. A 14 poi sono stata qualche mese biologa, ma sono subito tornata pittrice, ballerina e fotografa e infine ho deciso: “Farò l’architetto come zia!”. La zia in questione ha provato in tutti i modi a dissuadermi da questa fantasia e insieme a lei gli altri zii architetti che ho… ma proprio non ci sono riusciti ed eccomi qui: architetta ormai da diversi anni.

Architettura nuda

Come nasce questo doppio amore per l’architettura e la fotografia?
Ho sempre amato la fotografia fin da piccola, quando non disegnavo, amavo fare e sfare gli album della mia famiglia, interrogare i miei genitori sui personaggi che animavano i loro ricordi. La fotografia, l’arte e l’architettura hanno accompagnato sempre la mia vita: la zia architetta e la mamma insegnante di storia dell’arte credo che abbiano segnato i miei passi… di certo la passione per l’arte l’ho presa da loro!

Vitruvio sosteneva che La vera scuola era l’ambiente familiare, in quanto la professione si tramandava di padre in figlio e i giovani si addestravano nell’arte con l’insegnamento e sull’esempio dei genitori o dei parenti (Vitr., VI, praef., 6)


Il mio primo incontro “serio” con l’architettura è avvenuto al quarto anno di università, con l’esame di restauro, quando il professore mi ha portata nel cantiere della cupola di S.Maria del Fiore a Firenze: un’emozione da bloccare il fiato, come le vertigini che ho avuto!
Il mio primo incontro “serio” con la fotografia è stato all’università, quando tra gli esami opzionali scelsi proprio FOTOGRAFIA. Da lì è stato un crescendo: ho seguito molti corsi, da quelli di fotografia analogica e sviluppo in camera oscura a quelli in digitale e postproduzione. Ho avuto la fortuna di avere bravi insegnanti, ma soprattutto insegnanti innamorati del loro mestiere, che hanno reso ancora più forte questa mia passione. Tra questi il fotografo Luciano Valentini, con lui e con altri tre fotografi senesi condivido un’associazione no-profit nata per l’ideazione e la realizzazione di progetti Culturali Fotografici tesi a promuovere la conoscenza e l’uso consapevole della Fotografia.

Se e in che modo, nel tuo quotidiano, si interfacciano tra loro?
Basilico ha più volte affermato che il compito del fotografo è quello di lavorare sulla distanza, di prendere le misure, di trovare un equilibrio, un ordine, ed è così che la fotografia incontra l’architettura.
La fotografia è il mezzo più idoneo, perché più duttile e rapido, per rappresentare l’opera di architettura, le fasi di progettazione, quelle di realizzazione, il risultato finale dell’esecuzione e la vita nel corso del tempo.
La relazione fra fotografia e architettura risale al momento dell’invenzione della fotografia: come è noto la prima immagine fotografica fu quella di uno spazio architettonico, il cortile della Maison du Gras, la dimora di famiglia di Nicéphore Niepce a Saint-Loup-de–Varennes, presso Chalon-sur-Saône (1827).

Sabaudia

Hai partecipato e hai vinto molti contest fotografici: c’è uno scatto a cui tieni in particolare modo? E perché?
La fotografia a cui tengo in particolar modo è quella di Sabaudia che mi ha fatto vincere l’ultimo concorso, non solo mi ha portato a Como a ritirare il premio MAARC, ma anche a Modena dove lo scorso anno ho partecipato ad un workshop di fotografia dell’architettura al cimitero S.Cataldo di Aldo Rossi e Gianni Braghieri. Quella fotografia, infatti, insieme alle altre su Sabaudia che ho presentato per partecipare al workshop fanno parte di un progetto più ampio e ancora in divenire su questa città conosciuta più per il suo mare che per la sua storia, a cui io sono particolarmente legata perché è lì che si è creata la mia famiglia d’origine.

In qualità di architetta/o (dimmi tu quale forma preferisci), qual è (o quali sono) il progetto (puoi intenderlo come il mobile o l’interno di una casa o un immobile in generale) che meglio ha evidenziato le tue capacità professionali? Insomma che cosa ti ha dato maggiore soddisfazione?
Visto che me lo chiedi ti dico che mi piace la parola architetta, credo che definirsi tale equivale a dare un’autoaffermazione di se stessa e del proprio lavoro. È vero che di battaglie da combattere per la parità di genere ce ne sono tante, ma questo non toglie il valore al titolo che ci spetta (invito i più scettici a consultare il dizionario!)
Il lavoro che mi ha dato più soddisfazione è stata la ristrutturazione di casa mia, dove avevo committenti molto esigenti, non soltanto il marito e i figli, ma la sottoscritta che è alquanto pretenziosa! E poi ho vinto un concorso di fotografia a Napoli nel 2019 con un’immagine che ha come quinta uno scorcio di casa
che amo particolarmente.

Tra le dimensioni creative nelle quali ti muovi, qual è quella che ti rappresenta appieno?
La trasformazione del costruito: il recupero e la ristrutturazione, non soltanto residenziale, di ogni luogo, pubblico e privato. La trasformazione degli spazi attualmente problematici in spazi nuovamente attrattivi, sia dal punto di vista domestico che culturale e delle relazioni sociali.
Mi piace il tema del “riuso”, plasmare la forma per dare nuova vita al costruito, preservando il suolo.
Come diceva Giancarlo De Carlo, credo che “l’architettura debba essere sempre meno la rappresentazione di chi la progetta e sempre più la rappresentazione di chi la usa”. L’architetto deve saper ascoltare e orientare il suo intervento alle soluzioni necessarie per dare risposte ai bisogni reali della società e quindi della committenza.
Tengo sempre conto delle richieste e delle idee del committente, non riesco ad essere distaccata, chiunque ha avuto a che fare con me sa quanto tempo dedico alla conoscenza dell’altro, nel tentativo di accontentare i suoi desideri e le sue esigenze.

Quali sono stati i tuoi ultimi progetti in entrambi i settori?
In questo momento sono alle prese con diverse ristrutturazioni residenziali, oltre al lavoro in un cantiere di un appartamento in centro da portare a termine. Collaboro poi coi miei due colleghi David Bechi e Irene Bernabei con cui condivido lo studio Vuotometrico e insieme a loro ho altri progetti in corso.
Per quanto riguarda le fotografie, “Le ombre morbide” è un progetto “sempre aperto” che narra lo stato delle abitazioni al momento del sopralluogo; le ombre morbide sono gentili: raccontano con garbo la storia delle case vissute.

Ombre morbide

L’emergenza da COVID19 ha influenzato la tua personale percezione del mondo? In che modo? L’arte può aiutare tutti noi a superare questo momento “sospeso”?
Certamente il Covid ci ha già cambiato e ancora ci cambierà: l’uso dell’ambiente domestico per esempio si è completamente capovolto. Prima la maggior parte di noi viveva la propria quotidianità fuori, adesso c’è la necessità di adeguare i diversi spazi dell’abitare a nuove esigenze di salute, benessere e sicurezza.
Io spero che in Italia vengano
“riscoperti i Borghi” come dice l’arch. Stefano Boeri e che si faccia entrare la campagna in città, grazie a nuove aree verdi e spazi aperti, sfruttando tetti, strade e rotaie inutilizzate.

Chi volesse conoscerti un po’ di più e godere dei tuoi lavori, su quali canali può seguirti?
Potete trovare i miei lavori sul mio nuovo sito, sulla pagina Facebook di Vuotometrico e su Instagram della mia pagina e di quella dello studio.

“PRENDETE LA VITA CON LEGGEREZZA, CHÉ LEGGEREZZA NON È SUPERFICIALITÀ, MA PLANARE SULLE COSE DALL’ALTO, NON AVERE MACIGNI SUL CUORE” Italo Calvino

Essere leggeri non significa dunque vivere la propria vita in maniera superflua, bensì essere un passo avanti rispetto a chi rincorre l’eccesso.
 “La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”. Conferma del fatto che per Italo Calvino la leggerezza non è un qualcosa di vago o casuale, bensì una caratteristica ben precisa atta all’elevazione umana.

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Autore dell'articolo: Simona Merlo