Non può e non deve inaridirmi

«I medici non sapevano come curarla, perché non la conoscevano; essendo però i primi ad affrontare la malattia quotidianamente morivano più degli altri. Altre arti umane non servivano a nulla ed era vano anche rivolgere suppliche alle divinità, perché l’epidemia continuava a mietere vittime».
Così nella Storia della guerra del Peloponneso, Tucidide descrive la peste che invase Atene tra il 430 e il 427 a.C.
Anche Tucidide ne fu colpito, ma lui non rimase inerte, non era un medico e non prese posizione schierandosi tra i negazionisti o gli ipocondriaci. Rimase lì a fare ciò che meglio gli riusciva: descrivere i fatti così com’erano, come si presentavano ai suoi occhi. La paura dilagò ovunque e molti rimasero inerti ad attendere la malattia e tra questi intellettuali, filosofi e politici.

Chiedo scusa a quanti mi hanno chiesto dove fosse finito il mio nuovo pezzo. Sapevo e so di essere in ritardo e in me, ligia al dovere, seppur in questo caso piacevole, essere in ritardo provoca un senso di malessere. Ho la pessima abitudine di essere sempre in orario e di pensare che il mio tempo non sia più importante di quello degli altri. Non che non ci abbia provato, ma ho trascorso i miei momenti, quelli in cui scrivo, tra Elettra da una parte e le notizie e le storie di chi contro LUI (ho deciso di non nominarlo, come Voldemort) ha lottato o sta lottando. E più mi accorgo che è vicino, più l’ansia mi assale.

Di Witchblue – DVD originale di Harry Potter e il calice di fuoco
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Guardo mio figlio, mia mamma, le persone a cui voglio bene e mi rendo conto che la sola cosa che posso fare è il mio dovere. Vado a scuola (perché noi insegnanti non andiamo a lavoro, ma a scuola) e… sorrido. Cerco di fare tutto come se non fosse cambiato nulla, perché i bambini hanno bisogno di normalità, di quotidianità. Ma dov’è finita la nostra normalità? La nostra quotidianità? Messa da parte a dormire, chissà dove, in attesa di essere svegliata (e non sarà dal bacio del principe azzurro stavolta). Ci siamo accorti di quanto fosse bella e importante. Eppure è sempre lei, quella stessa normalità che ci rendeva talvolta infelici, talvolta inquieti, talvolta troppo presi da noi stessi. Quanto mi manca il caffè macchiato con un decoro ogni giorno diverso del barista che mi augurava: “Buona giornata prof.” e che, a parte il primo giorno, poi mi era apparso scontato, quasi dovuto.

Perché noi siamo così: ciò che oggi ci sorprende il giorno dopo sembra quasi ovvio. Quanto mi mancano i momenti di confronto e sfogo con i colleghi a lamentarsi di questo o di quel ragazzo poco attento, troppo assente, della troppa burocrazia, dei troppi impegni, quelli che oggi affronterei con il sorriso stampato piuttosto che davanti l’arido e freddo schermo di un pc. E qui insorgeranno i tanti sostenitori delle tecnologie e spero mi perdonino. Riconosco che la tecnologia in questa situazione ci ha permesso di restare vicini ma… io vorrei tornare a usarla come facevo prima: per leggere un articolo, ascoltare un po’ di musica e non per cercare uno sguardo perso di un alunno che si perdono, credetemi!

Quanto mi mancano i pranzi improvvisati fuori casa con mio figlio perché sarei dovuta tornare a scuola per il Collegio, per il corso di greco. I pomeriggi quelli in cui dovevo scappare al mare, per l’allergia mi dicevo, ed invece era la voglia di stare da sola a guardare l’orizzonte e cercare pace. Questa mia terra, bella e maledetta come spesso la descrivo io, la amo e l’ho amata ancor di più dopo aver vissuto fuori ed essermi resa conto che quel sole che scalda puoi sentirlo solo qui, che solo qui hai la possibilità di essere al mare, in montagna, a visitare monumenti, a gustare buon cibo, tutto in soli 15 minuti. Quegli stessi odori che oggi con le mascherine fai fatica a percepire.

E gli sguardi? Dove sono finiti? Sono spariti insieme agli abbracci. Non ci si guarda più negli occhi come se ciascuno cercasse di nascondere la paura, come se la malattia all’improvviso fosse diventata una vergogna (e pure io me li ricordo quelli che dicevano “poveretto” ma allora la morte e il cancro nessuno “se li andava a cercare”). Siamo diventati i controllori dell’altro, pronti ad additare chi esce due volte di casa, chi corre, chi fa una passeggiata e chissà… se questa solerzia l’avessimo avuta in altri tempi, forse la nostra terra oggi sarebbe diversa.

E allora tra un libro e un altro inviato da un amico (più tenace di me) per la rilettura, tra una richiesta di prefazione e un’intervista on line, mi sono resa conto di essermi trovata a posticipare tutto in attesa di una normalità che forse non tornerà. Eccola, quindi, la mia Antigone venuta a scuotermi e a dirmi di non permettere a chi ha cambiato le nostre vite di inaridirmi. Grazie a chi mi ha chiesto come mai non scrivessi. Perché forse sorridere, ridere, riflettere, leggere, scrivere LUI non può e non deve portarmeli via. Forse ci sono cose che sono ancora nostre: gli sguardi, l’amicizia, l’amore, il coraggio e l’orgoglio.

Daniela Balsano

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Autore dell'articolo: Simona Merlo