Su Italo Svevo – Parte #2

Per un’analogia di destino, Ettore Schmitz e il pittore Umberto Veruda divennero amici: entrambi, infatti, si sentivano incompresi dall’ambiente triestino. Su Veruda, personaggio alquanto bizzatto, così si espresse il critico letterario e accademico Enrico Ghidetti: “Con la sua mostra dell’88 offrì al pubblico cittadino una prima versione dell’impressionismo”.

Umberto Veruda e Italo Svevo

Veruda era quindi un “diverso” proprio come Ettore. La sua “inettitudine alla vita” sfociò in una grave forma di nevrosi dopo che la madre morì. La donna si spense in uno stato di collera con il figlio poiché quest’ultimo le aveva negato un bicchiere d’acqua, e qui non si può fare a meno di collegare l’episodio della morte del padre nella “Coscienza di Zeno”.

“Una vita”, “Senilità”, “La coscienza di Zeno” delineano un tipo umano che nei tre libri vive l’intera esperienza di una vita attraverso i tre stadi della giovinezza, della maturità, fino alle soglie della vecchiaia mantenendo inalterate le caratteristiche psicologiche dell’inetto, dell’antieroe; il contrario esatto del superuomo dannunziano, e che ci ricorda gli eroi negativi dei personaggi verghiani.

L’inetto è colui che non è adatto a vivere, colui che ha preso coscienza dell’esistenza, della cieca volontà” di cui si rifiuta di essere esecutore; non è che non abbia doti, anzi ne ha troppe, è più intelligente del necessario ma la sua intelligenza non è “applicativa e lo rende inadatto alla società.
Il suo insuccesso è legato al “male di vivere” e la sua è una rinuncia di tipo filosofico ed esistenziale, cosa che si può dire anche del personaggio pirandelliano Mattia Pascal.

Però l’inetto, il nevrotico, mantiene intatte le pulsioni vitali, si oppone alla morte dell’anima, scopre una dimensione della realtà opposta a quella dell’economia, della repressione degli istinti. Svevo si serve dell’autoanalisi per analizzare le contraddizioni insite nell’uomo e nella società affinché si recuperi la vita vera, il desiderio ma anche la nevrosi e la malattia, consapevole che la vita stessa è malattia.

Egli aveva certo letto Leopardi ma la sua formazione letteraria e culturale mitteleuropea risentiva di Darwin e soprattutto di Schopenhauer, il filosofo di Danzica che combatté ogni idea di progresso e di storicità facendo trionfare il gusto romantico per la malattia, la morte e la decomposizione.

Ricorda Ghidetti che, forse del 1903, Svevo aveva scritto in un frammento: “Il pessimista è un intelletto e l’ottimista un temperamento”, certamente sulla base di argomentazioni dedotte dalla meditazione di Schopenhauer. E sulla linea di questo interesse, Svevo incontra Nietzsche e soprattutto Freud. Di quest’ultimo abbraccerà la psicanalisi come tecnica di conoscenza, ma la respingerà sia come ideologia che come terapia medica.

Sigmund Freud

Durante un soggiorno londinese scriverà: “Ma quale scrittore potrebbe rinunziare di pensare almeno la psicanalisi? Io la conobbi nel 1910 [e] non m’abbandonò più”. In questo senso la psicanalisi è assunta da Svevo come strumento di indagine, ed espediente narrativo.

Ma se a guidare la mano dello scrittore sono i moti dell’anima, la scrittura deve per forza coglierne la dissonanza: con Svevo, dopo la crisi delle forme narrative tradizionali e il frammentismo, scopriamo un impianto narrativo del tutto nuovo: quello del romanzo realista moderno d’avanguardia. Il tempo narrativo della “Coscienza” è disarticolato, è il tempo della coscienza e del monologo interiore che distrugge la trama narrativa tipica del romanzo ottocentesco: un azzardo pagato da Svevo con 25 anni di silenzio della critica. Per leggerlo con entusiasmo, si dovette attendere l’irlandese James Joyce e il suo Ulysses ed Eugenio Montale con Ossi di seppia.

Svevo tuttavia continuava a scrivere appunti, diari, lavori teatrali, annotazioni: era una “pratica igienica” di un bizzarro uomo d’affari?
Si vergognava, è vero, della letteratura tanto da dichiarare in pubblico che l’Italo Svevo di “Una vita e “Senilità” non era lui ma suo fratello e per tutta la vita rifiuterà il ruolo dell’intellettuale, del resto non si riconobbe mai neppure come uomo d’affari. Istintivamente rifiutava di farsi imprigionare in uno schema.

La sua natura gli imponeva di accettare certe istituzioni sociali e di negarle allo stesso tempo: nella “Coscienza” Zeno Cosini decide di sposarsi perché questa è la legge della società, ma sente anche che occorre trasgredire attraverso l’adulterio per soddisfare il principio di piacere.
Quando l’uomo riesce a identificarsi nel sistema di valori della società in cui vive può reprimere i moti involontari del cuore, ma quando tutti i valori morali sono posti in discussione da una crisi storica, per l’uomo si fa più difficile individuare un punto di compromesso.

Se per Zeno “la salute mentale è il frutto di una rassegnazione riuscita ed efficiente” come possono le pulsioni profonde trovare un argine in una società imperialistica oppressa fra la grande guerra e il fascismo dove imperversa la distruzione e la morte? Zeno vorrebbe guarire, diventare “sano”, “normale” come la moglie Augusta, rinunciando a trasgredire per porre fine alla propria insicurezza, ma poi si accorge che la sicurezza e la stabilità dell’ordine borghese, del mondo di Augusta, sono tarlate, che sotto di esse c’è il vuoto, che l’intera umanità è malata senza saperlo, mentre lui, il nevrotico, almeno qualcosa sa della propria malattia.

L’ironia della “Coscienza” sta proprio qui, in questo giudizio morale che resta sempre sospeso perché può solo rimarcare le contraddizioni della società.

Carla Bardelli

Carla Bardelli è nata e vive a Siena. Si è laureata in Lettere e filosofia con indirizzo filologico moderno presso l’Università degli studi Siena. La sua tesi di Laurea “Il gelo dell’incomprensione e la ferocia della città: l’adolescente nei racconti di Bilenchi”, ha ottenuto il premio dell’Associazione Amici di Romano Bilenchi. Ha lavorato con mansioni di catalogazione, conservazione e valorizzazione del patrimonio librario nella Biblioteca dell’Università per Stranieri di Siena. Nel 2017 ha pubblicato per Effigi il suo primo romanzo “Il suono breve della neve”. Sempre per Effigi, nel 2019 ha pubblicato “La guerra è femmina”, con la prefazione di Romano Luperini.

Autore dell'articolo: Simona Merlo