I racconti senza parole di Francesca Woodman

Dopo il Light painting mostrato da Luciano Valentini, Giovanni Cangemi ci spinge a riflettere sulla “nudità” di Francesca Woodman, sul suo bisogno di raccontarsi senza dire, di essere al contempo artista e soggetto. In ogni sua fotografia c’è lei, ma soprattutto il suo sentire.

Francesca Woodman nasce a Denver nel 1958.
Figlia d’arte, inizia a fotografare sin da piccola.
Frequenta spesso l’Italia facendo la spola fra la Toscana e Roma, città di cui era profondamente innamorata. Ed è proprio a Roma che viene organizzata la sua prima mostra alla libreria Maldoror di Giuseppe Cassetti, che probabilmente aveva intravisto un certo genio nel suo lavoro.
Frequenta gli ambienti della Transavanguardia italiana e nel gennaio del 1981 pubblicò la sua prima e unica collezione di fotografie, dal titolo “Some Disordered Interior Geometries”.

Nelle sue foto c’è sempre lei: sfocata o nascosta all’interno di edifici abbandonati, di case dalle pareti scrostate, sporche.
Il suo corpo è il fulcro dell’immagine, un involucro talvolta troppo pesante.

Artista e soggetto diventano la stessa persona. Un tutt’uno con intonaci e mobili, gioca con la propria ombra, si confonde, si fonde con la natura: un corpo quasi sorpreso dall’autoscatto che sembra cercare costantemente un nascondiglio, una fuga.

Gabbia, elemento architettonico, colonna portante di antiche cariatidi; corpo in mutazione e decomposizione.

Francesca Woodman fotografava la sua nudità, non per vanità, ma per raccontare se stessa.
Non c’era volontà erotica né tentativi di ergersi a figura idealizzata.
Ha cercato di comunicare agli altri emozioni e sensazioni mostrando solo se stessa, senza difese.

“Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffè e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”.

Francesca Woodman si getta nel vuoto a 22 anni.
Tutto il suo sentire rimane nelle sue fotografie che forse, adesso, assumono una compiutezza maggiore.

Sono racconti senza parole.

Giovanni Cangemi

Autore dell'articolo: Simona Merlo