Su Italo Svevo – Parte #4

Il protagonista della “Coscienza”, Zeno Cosini, a differenza degli altri personaggi descritti nelle precedenti mini-guide, è sicuro di una cosa: “Da me la vita non fu mai privata del desiderio”.

Zeno vive, infatti, rispondendo sempre al principio di piacere e questa sua “debolezza” lo rende insoddisfatto di se stesso, lo costringe a lunghe elucubrazioni mentali, a pentimenti, a sopportare ansie che si ripercuotono sulla sua salute.

“La coscienza” è una specie di autoanalisi che il protagonista scrive per guarire una strana malattia che lo fa di tanto in tanto zoppicare, è la storia di una terapia analitica (fallita) per guarire, con il vizio del fumo, segno di una nevrosi ossessiva e motivata con il gusto della trasgressione alle impostazioni paterne, il disagio del vivere quotidiano.

Il padre per Zeno rappresenta la legge ma è un’immagine paterna “cattiva”, un padre castratore, oggetto di odio; il protagonista ha quindi difficoltà a identificarsi con esso: Zeno vorrebbe sì avvicinarsi alla normalità, alla legge, ma nello stesso tempo teme che questo possa accadere con una conseguente perdita di ogni desiderio.

Da ciò deriva il comportamento del protagonista che, nell’intento di salvaguardare il desiderio, oscilla dalla moglie all’amante… da una sigaretta all’altra.

Il romanzo si struttura su due piani della narrazione: il punto di vista dell’io narrante e il punto di vista dello psicanalista che annuncia nella prefazione che il racconto di Zeno è un cumulo di “verità e bugie”.

Questo scarto determina un racconto duplice e ambiguo che non può certo far pensare al “flusso di coscienza” automatico di Joyce o alla ricerca del tempo perduto attraverso la memoria involontaria di Proust, ma che semmai denota le contraddizioni insite nell’animo umano e che Svevo sottolinea con l’ironia di chi vuole che il commento e il giudizio restino sempre ambigui e sospesi.

Il titolo stesso è ambiguo: cosa vuol dire “coscienza”? Se per Freud l’inconscio è la parte immersa dell’icerberg e la coscienza quella emersa, si può pensare che Svevo voglia metterci in guardia dal credere che l’io dell’uomo sia risolvibile tutto in termini di coscienza, ma che anzi questa è solo la parte che si lascia guardare. E sotto c’è tutto il resto: ci sono gli istinti, le pulsioni e ciò che sfugge a ogni controllo morale e razionale.

Zeno è ciò che dice ma anche ciò che non dice; l’io che narra è uno sdoppiamento dell’io vissuto: è allo stesso tempo soggetto e oggetto di conoscenza. Come per Pirandello, Zeno non è univoco e coerente, non si sente uno, ma “nessuno” e “centomila” e per questo è alla ricerca della “salute” perduta, della ricomposizione originaria tra coscienza e vita.

La malattia consiste in un eccessivo sviluppo (una ipertrofia) della coscienza che inibisce la naturalità: “ma il cervello…cosa ci ha a fare il cervello col prendere pesci?” dice Macario commentando il volo del gabbiano in “Una vita”.

Carla Bardelli

Autore dell'articolo: Simona Merlo