Se fossimo capaci di lasciar andare…

Natale è passato! Adesso possiamo dirlo. Ci toccherà attendere ancora il 31 dicembre e si concluderà un anno che ci ha davvero stupito e stavolta dinanzi a un “anno nuovo vita nuova” o “che l’anno nuovo ti porti…” chiuderò gli occhi chiedendo indietro la “normalità” (niente lenticchie, oltretutto non hanno mai funzionato). Eppure il 31 dicembre 2019 non mi sembra così lontano, uguale agli altri anni, lì ad attendere una mezzanotte che, a parte qualche cicatrice in più nel cuore, permeava nella solita routine. Il messaggio del Presidente da ascoltare in tv, il cenone, il conto alla rovescia, la tristezza di chi come me fa fatica a lasciare andare, salvo poi non voltarsi più indietro. E quel 2020 entrato con fare silenzioso, simile agli altri anni per poi…all’improvviso… stupirci.

Lo definirei l’anno dello STUPOR MUNDI (non me ne voglia Federico II…) e quante cose ci ha insegnato in maniera prepotente.
Abbiamo imparato a riconoscere volti dietro maschere o a fingere di non riconoscerli, nascondendoci dietro un “scusa non ti avevo riconosciuto” e che a me, miope, hanno dato un aiuto a togliermi dall’imbarazzo. Abbiamo imparato a guardarci l’un l’altro (con aria sospettosa), a rallentare il passo se qualcuno ci sta camminando troppo vicino, a impiegare il tempo in modo diverso, a rinunciare a teatri e cinema, a partecipare a eventi direttamente da casa, magari parzialmente in pigiama; a rallentare i nostri ritmi, a non perderci negli sguardi dei passanti, a consolarci senza sfiorarci, a non accompagnare i nostri cari e lasciarli andare da soli nell’ultimo viaggio, senza nemmeno un saluto, senza “cunsulo”, ma soprattutto abbiamo imparato ad attendere.

Aspettare una diminuzione di contagi, una curva in discesa, un farmaco, un vaccino e, in quest’attesa, a renderci conto di essere impotenti e a confidare nella scienza, magari arrabbiandoci, imprecando per il tempo sottrattoci, improvvisandoci medici, politici, docenti, tuttologi ma, almeno, abbiamo imparato a godere del tempo.

Seneca a proposito del tempo nel De brevitate vitae scriveva che nessun uomo ha poco tempo, che nessuna vita è breve ma che nell’ansia e nell’attesa del futuro si spreca il tempo presente, che per timore della morte, si rischia di non vivere. Occorre godere dell’hic et nunc, amare come Catullo, imparare a perdonare o forse, più semplicemente, imparare ad amare lasciando andare. E se Medea fosse stata in grado di lasciare andare Giasone?

Maria Callas, principale protagonista di “Medea” (1969),
film diretto da Pier Paolo Pasolini.

Figlia di Eete, re della Colchide, luogo in cui era custodito il mitico vello d’oro e della ninfa Idia, figlia di Oceano, quando Giasone e gli argonauti giungono nella Colchide, in cerca del vello d’oro, le dee Era (la moglie cornuta di Zeus c’entra sempre) e Atena chiedono alla dea Afrodite di far innamorare Medea di Giasone affinché lo aiuti nel suo intento.
Afrodite deve convincere il figlio Eros (che continuo a raffigurarmi nella mente come il piccolo dio alato di Pollon combina guai) a compiere tale impresa. Questi, esitante in un primo momento, dietro la promessa di un regalo, da brava divinità intransigente e incorruttibile, accetta di scagliare le sue frecce dritte al cuore della maga. Medea si innamora così perdutamente di Giasone.

Il re della Colchide promette al giovane di consegnare il vello d’oro soltanto dopo il superamento di alcune prove. La prima consiste nell’arare un campo con dei buoi che sputano fiamme dalle fauci (e che volete che sia?). Giasone chiede quindi l’aiuto di Medea promettendo di sposarla (e quale donna sarebbe fuggita dinanzi alla promessa di matrimonio di un tale figo e poi, probabilmente Arianna doveva essere ancora a Nasso e le sue res sconosciute ai più).

Medea consegna a Giasone una pozione che lo rende invulnerabile alle fiamme dei buoi, lo aiuta a sconfiggere dei soldati apparsi dal nulla e, sempre con la sua arte magica, a far cadere in un sonno profondo il dragone che custodisce il vello d’oro. I due fuggono a bordo della famosa nave Argo, sulla quale, per evitare che il padre di Medea la segua, come se nulla fosse, la maga uccide il fratello minore (e io qui al posto di Giasone quattro conti me li sarei fatti).
I due giungono a Iolco ma dopo l’inganno a Pelia (che indovinate cosa aveva chiesto alla maga? Di ringiovanire, ovvio), la coppia è esiliata a Corinto dove è accolta cordialmente dal re Creonte. Medea e Giasone vivono lì felici e contenti per molti anni (attenti, non per sempre, quello solo nelle favole). Tuttavia, Giasone si innamora della figlia del re. Medea, fingendo di accettare il rapporto tra Giasone e Glauce, regala alla principessa un abito (ora, caro Giasone, avrebbe già dovuto puzzarti che una donna accetti un tradimento con tale tranquillità, ma il regalo non avrebbe dovuto lasciarti alcun dubbio). Quando la giovane indossa l’abito questo prende fuoco e con esso l’intero palazzo. Medea in preda al furor e all’odio compie il delitto più atroce uccidendo i propri figli per vendicarsi di Giasone. E no! Rieccoci, è un finale che non posso accettare.

Allora mi piace immaginare Medea che dopo aver dato fuoco al palazzo, vestitasi di dignità e coraggio prende i figli e si allontana.
Se solo Medea, anziché dare la colpa alla passione e commettere il più brutale degli omicidi, ti fossi rassegnata alla fine delle tua storia senza per questo cercare vendetta. Se avessi lasciato Giasone proseguire la propria vita senza te accanto, forse oggi potremmo dire di avere qualcosa da imparare anche da te. Forse oggi la sindrome di Medea sarebbe quella del perdono. Forse, quello che non abbiamo ancora imparato è saper accettare la fine, godere a pieno di chiunque decida di starci accanto finché lo vorrà. Forse Medea credeva di poter tenere stretto Giasone in virtù della riconoscenza, ma non si ama perché ci si aspetta qualcosa in cambio, non ci si sacrifica con la pretesa che l’altro debba farlo per noi: l’amore si dà e basta.

Allora se questo 2020 ci ha insegnato a smettere di dare per scontato tutto e tutti, forse ci ha anche svelato a modo suo la vera essenza dell’amore che consiste nel mettere in pratica ciò che qualcuno ci aveva già detto: “Farsi primavera, significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi presenza, significa accettare il rischio dell’assenza…” Il Piccolo Principe (Antoine de Saint-Exupèry).

Daniela Balsano

Share and Enjoy !

0Shares
0 0

Autore dell'articolo: Simona Merlo