Su Italo Svevo – #ultima parte

“La coscienza di Zeno” è un romanzo strutturato per grandi temi, non segue la temporalità degli avvenimenti e il rifiuto cronologico della trama è anche il rifiuto di giudicare gli avvenimenti secondo un codice morale: Zeno dice di amare la moglie eppure la tradisce, ed entrambe le cose nella logica di un’ambiguità d’animo sono vere.

La sua dunque non è un ironia divertita o grottesca, ma l’ironia di chi osserva il reale e sa che non ci è dato di conoscere la verità, ma è anche l’ironia dell’ebreo che, come dice Jean-Paul Sartre, consiste nel “tentativo perpetuo di vedersi dal di fuori”.

L’autoanalisi dell’ammalato consente di indagare anche i sentimenti borghesi, quelli degli “uomini sani” (la moglie, i suoceri, Guido) ai quali il narratore si omologherà diventando profittatore di guerra. Solo allora Zeno si dichiarerà guarito per poi subito dopo affermare: “qualunque sforzo di darci la salute è vano […] la vita attuale è inquinata alle radici”.

Non si guarisce mai, si può solo adattarsi a una vita malata. La conclusione del romanzo esprime proprio questo: non può esserci salvezza né nella nevrosi né nella guarigione. La nevrosi salvaguarda il desiderio, il principio di piacere; la guarigione soddisfa il principio di realtà, ma precipita l’individuo in una società alienata e corrotta. La salvezza perciò può nascere solo dopo un’esplosione enorme che distrugga la storia e la società, che riporti la terra allo stato di una “nebulosa” che “errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”.

Questo concetto ci rimanda alla conclusione del “Cantico del gallo silvestre” di Leopardi: “Tempo verrà che esso universo e la natura medesima, sarà spenta… parimente del mondo intero non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso…” ed anche alla concezione freudiana che giudica la civiltà come repressione delle pulsioni primarie, ma in realtà Svevo è molto più vicino a Darwin e alla sua legge della selezione naturale piegata ormai dall’assetto sociale.

Da quando gli uomini hanno inventato gli ordigni che non riescono più a controllare, la salute non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del suo organismo. Violare le leggi di natura provoca la catastrofe, obbedire alle leggi economiche equivale a condannare l’intera umanità all’autodistruzione perché gli ordigni, creati dagli uomini intelligenti, si comprano e si vendono e gli uomini stessi, credendo di diventare sempre più furbi, diventano sempre più deboli.

Il futuro è perciò nella fine di questa civiltà, senza ordigni la vita resterà e coloro che avranno conservato il desiderio saranno i coloni della nuova terra. Svevo conclude: “nella mia mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsivoglia senso io sono quell’uomo […] e sto aspettando sapendo di non essere altro che un abbozzo.”

Nel nevrotico, nel disadattato, cova la vita, la vita è in chi non ha più un’ideologia, perché ogni grande idea è soffocata dal progresso, la vita si annida nelle sue stesse radici, nella primitività del sentire.

Carla Bardelli

A seguire i link a tutti gli approfondimenti su Italo Svevo:

Parte #1

Parte #2

Parte #3

Parte #4

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Autore dell'articolo: Simona Merlo