Fotografo me stesso per comunicare con gli altri

Nonostante condivida l’idea generale delle due “famiglie” spiegate da Luciano Valentini nel precedente approfondimento Tu, che fotograf* sei?, non sento di appartenere alla categoria del fotografo puro; piuttosto utilizzo la fotografia come mezzo d’espressione allo stesso modo della pittura o della performance: per rendere visibile e creare l’immagine che sarà specchio di me stesso.
Credo che l’espressione di un concetto non necessiti di una tecnica prestabilita o di un metodo ben preciso; ma si può trovare un compromesso fra l’idea stessa e il mezzo con il quale si cerca di “parlare”, per arrivare poi all’opera finita.
La scelta dell’utilizzo della fotografia, quindi, è nata proprio dalla necessità di trovare qualcosa che mi permettesse di esprimermi in ogni situazione.
Precedentemente avevo sempre posto un filtro tra il mio corpo (il corpo dell’artista) e lo spettatore, creando così delle opere che parlavano di me attraverso oggetti o immagini.

Nei momenti di malattia, quando era diventato veramente difficile anche alzarsi dal letto e mi trovavo a passare molto tempo in camera, iniziai a cercare un modo che mi permettesse di continuare a lavorare, e mi resi conto che l’unica cosa che potevo realmente utilizzare era il corpo stesso.
È stato quasi naturale, quindi, iniziare a fotografare me stesso per comunicare con gli altri.

Iniziai un progetto, al quale sto ancora lavorando, con l’intento di raccontare me stesso nella stanza in cui passavo la maggior parte del tempo.
Wunderkammer è il nome del mio lavoro e, come in una camera delle meraviglie, ho messo me stesso esposto allo sguardo altrui.

Giovanni Cangemi

Autore dell'articolo: Simona Merlo