Decima novella della x giornata del Decameron

La novella del Marchese di Sanluzzo e di Griselda appartiene alla decima giornata nella quale “…si ragiona di chi liberamente o vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a’ fatti d’amore o d’altra cosa”.

Locandina dello spettacolo organizzato
dalla compagnia “La luna nel letto”

L’argomento è proposto dal re Panfilo colui che, come interpreta il critico letterario e poeta Carlo Muscetta, “ama il tutto” e che Boccaccio caratterizza come il più intellettualmente qualificato a meditare sulle novelle che racconta. Singolare è il fatto che a narrare la novella sia Dioneo, narratore molto particolare (dispensato dal rispettare l’argomento della giornata): è sollazzevole, festevole, incarna la parte di cinico borghese, pronto a tramutare nel riso l’atmosfera più pesante. Eppure è proprio a lui che Boccaccio affida la novella più commovente di tutta la raccolta mostrandoci come sia attento allo scambio delle parti, al gioco dialogico, alla struttura serio-comica della “istoria” generale che contiene le novelle.

L’azione dei giovani è tutta nel narrare e cantare ma la loro parte non è statica, non sono imprigionati in un carattere, anzi si muovono con disinvoltura fra le varie opzioni possibili di racconto.
La rubrica ci presenta la novella abbastanza fedelmente anche se pone l’accento sul Marchese di Sanluzzo facendoci credere che sia lui il protagonista. Questo espediente non è comunque raro nel Decameron visto che l’autore della rubrica (che è il narratore della cornice), fingendo di trascrivere per il lettore i racconti narrati, glieli prefigura da un punto di vista particolare che è già di per sé un’interpretazione e che può risultare in contrasto con la narrazione vera e propria.

La novella si apre con “Già è gran tempo”, a sottolineare un tempo non attuale. Volutamente l’autore cala questi esempi di magnificenza della decima giornata nel passato e, allontanandosi nel tempo, si allontana anche nello spazio mostrando come sia impossibile mitizzare il presente.
A questa apertura segue immediatamente la descrizione del protagonista maschile, Gualtieri di Sanluzzo, e dell’ambiente tipico feudale nel quale egli si muove. Signorotto senza pensieri, che spende il suo tempo in “uccellare e in cacciare”, viene sollecitato a prendere moglie dal consiglio dei suoi vassalli. Sceglie una giovane molto bella, figlia di un villano, perché “estimò che con costei dovesse poter avere vita assai consolata”, il cui nome è Griselda.

Il filologo Vittore Branca sostiene che nella decima giornata si sommano e si esplicano le tematiche fondamentali celebrate nelle precedenti giornate dell’opera: natura, fortuna, ingegno. In questa novella la natura aiuta Griselda ad accedere a una migliore condizione sociale, l’ingegno è strumento del principio per mettere alla prova la giovane sposa, e poi c’è l’amore assoluto di Griselda, un amore fatto soprattutto di riconoscenza e totale asservimento. Ma veramente qui amore, ingegno, fortuna sono intesi nel loro più alto esplicarsi, nel sublimarsi cioè in virtù e magnificenza?

Griselda fin dal primo momento crede di dover onestamente e in tutto obbedire al marito. Umile e fedele viene sottoposta da Gualtiero alle più dure prove: sarà umiliata come donna, colpita nei suoi affetti più cari e infine rinnegata. Tutto ciò toglie ogni barlume di liberalità all’uomo che ha voluto “torla per moglie”, conferendogli, per contrasto, un carattere “matto e bestiale”, di negazione di ogni spirito divino che può esserci nell’uomo. Ma a poco a poco, attraverso tanto dolore inflittole da sì dure prove, ella si desta da ciò che fino ad ora l’ha illusa: la bella favola ha un risvolto amaro più duro da sopportare della miseria a cui era abituata. E proprio alla miseria deve tornare quando Gualtieri le dice di volerla sostituire con un’altra donna.

Ancora il volto di Griselda è impassibile, non tradisce emozioni, ella è forte come una roccia su cui si abbattono le intemperie senza riuscire mai a scalfirla. È la sua origine sociale che la tempra, è la miseria, la fame, la dura fatica a cui era avvezza, a farle sopportare con stoicismo ogni dolore, consapevole che la generosità di Gualtieri non poteva essere che un dono effimero, un prestito. Il suo profondo pudore la spingerà a chiedere, prima di essere restituita al padre, almeno una camicia con cui coprirsi evitando ancora una volta di dichiarare il suo amore del quale ha più vergogna della sua stessa povertà, della sua stessa verginità, unica sua ricchezza che non potrà riavere indietro.

È da questo pudore, da questo amore profondo che Gualtieri è vinto, eppure non rinuncia a sottoporla a un’ennesima prova per superare del tutto la sua misogina diffidenza: finge di doversi risposare e obbliga la donna a servire la nuova moglie. È nel momento in cui Gualtieri le chiede un parere sulla nuova sposa che Griselda esplode in un’energia di parole che è pari alla forza della sua sopportazione e della sua disperazione.
A questo punto Gualtieri svelerà l’inganno ma nel farlo non potrà sottrarsi a mostrare un certo fondo di viltà, la stessa viltà che ha potuto trasformare il suo gesto iniziale di liberalità in vera e propria crudeltà.

Continuate a leggerci: presto la seconda e ultima parte dell’articolo.

Carla Bardelli

I precedenti approfondimenti di Carla
Su Italo Svevo – Parte #1
Su Italo Svevo – Parte #2
Su Italo Svevo – Parte #3
Su Italo Svevo – Parte #4
Su Italo Svevo – #ultima parte

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Autore dell'articolo: Simona Merlo