La fine infelice di Ghismonda

È un lieto fine quello della novella che abbiamo raccontato sul blog il 20 febbraio; tuttavia lascia molto amaro in bocca. Nel finale Dioneo mantiene un atteggiamento critico sottolineando la crudeltà di Gualtieri e la sopportazione di Griselda. Possiamo citare a tal proposito il proemio di Emilia alla nona novella della nona giornata che a proposito di “mogli ritrose” esprime la necessità della soggezione matrimoniale della donna.

Forse la figura di Griselda non sarebbe comprensibile senza questo enunciato etico che sottolinea i limiti del femminismo del Boccaccio, pur così poco medievale, per quanto riguarda l’emancipazione intellettuale della donna. Eppure l’atteggiamento di Dioneo alla conclusione del racconto ci mostra come l’autore non concluda con un giudizio ma lasci aperta, come sempre, ogni possibile soluzione. Subire tutti i soprusi del marito fino a far uccidere i propri figli è veramente un esempio di santità?

Il personaggio di Griselda è molto complesso e durante gli anni è stato sottoposto a numerose critiche. Fu Petrarca che levigando la novella in fioretto di virtù avviò quel fraintendimento critico che interpreta Griselda come “figura Christi”, proposta ancora meno accettabile di quella del critico Vittore Branca che ci vede una “figure Mariae”. Per Carlo Muscetta, invece, essa è la reintegrazione a livello di “stile tragico” della figura moderna di Boccaccio che era stata separata dal figlio e mai più ricongiunta. Se così fosse trovo estremamente scoperto il tentativo dello scrittore di voler giustificare, forse anche a se stesso, un abbandono che non aveva mai capito abbastanza e che lo aveva segnato nella mente e nello spirito.

Bernardino Mei – Ghismunda con il cuore di Guiscardo
Olio su tela, 1650-1659, Pinacoteca Nazionale di Siena
(foto da Wikipedia)

Credo opportuno rapportare la figura di Griselda ad un’altra figura di donna che si staglia prepotentemente con forte spessore nella prima novella della quarta giornata, in cui si parla di “amori che ebbero infelice fine”. Ghismonda, la giovane e vedova figlia di Tancredi, re di Salerno, ci appare subito un personaggio di una grandezza tragica, moderna, degna della significativa fortuna che la novella avrà nella letteratura drammatica. Troppo giovane, troppo bella per rassegnarsi a una prolungata vedovanza, elegge come suo amante un valletto del padre dal cuore nobile anche se di bassa condizione sociale. Il padre, che prova nei confronti della figlia un amore “morboso”, quando scoprirà la “tresca” si lascerà trasportare da una gelosia infantile e da una crudeltà senile: ucciderà il giovane e servirà il suo cuore in una coppa d’oro a Ghismonda. Ma Ghismonda non piange, non chiede perdono, in lei c’è la forza che le deriva dal convincimento della giustezza del suo amore: proclama l’eguaglianza di tutti gli uomini di fronte alle passioni, il lecito soddisfacimento della carne al di là del valore nobilitante e purificante dell’amore.

Anche in questa novella natura e fortuna per un po’ collaborano affinché i due giovani possano amarsi, ma ben presto la “fortuna invidiosa” rivolgerà tanta letizia “in triste pianto” perché il padre li scoprirà. Ghismonda non soccombe a questo tiro mancino della tiranna fortuna, la sua coscienza borghese le suggerisce che questo non è uno strumento divino capace di punire chi pecca, ma che gli stessi uomini possono volgerla a loro favore sempre che ne abbiano capacità, avvedutezza e ingegno.

Alla demente gelosia del padre, Ghismonda contrapporrà la decisione di morire, continuando così a decidere liberamente della sua vita.

Giustamente Muscetta osserva che Ghismonda è un personaggio molto più vicino a quelli shakesperiani che danteschi, la sua grandezza risiede in quella coscienza borghese-umanistica che la innalza al di sopra delle ideologie cortesi e della stessa morale cattolica.

Due figure di donna quindi, Griselda e Ghismonda, due figure in fondo speculari fra le quali si esplica una vasta gamma di altre figure femminili che ridono, soffrono, amano, in questa commedia tutta umana, terrena, e a loro dedicata.

Carla Bardelli

Autore dell'articolo: Simona Merlo