I sorprendenti film sudcoreani

Il cinema della Corea del Sud è considerato il più bello del mondo degli ultimi vent’anni e, facendo riferimento ai massimi premi cinematografici che ha ricevuto, l’affermazione è inconfutabile. Basti nominare “Parasite” (2019), per il quale il regista Bon Joon-ho ha vinto, dopo Cannes, ben quattro statuette agli Oscar.

Il primo film sudcoreano che ho visto qualche anno fa e riguardato di recente, è “Castaway on the moon” (Kim-ssi-pyo-ryo-gi) di Lee Hae jun, che mi ha spalancato le porte di questa fervida e succulenta cucina cinematografica; di un minuscolo e poco conosciuto sotto molti aspetti paese asiatico. Il film, del 2009, mi colpì per la sua forma di commedia densa di simbolismi, allegorie, messaggi; conditi da una delicatezza, poesia e immediatezza insolite per il nostro concetto europeo di commedia. È la descrizione della società sudcoreana di oggi, ma anche di quella di ogni paese industrializzato, attraverso un obiettivo mai timido e mai troppo invadente sulle falle, i disagi, le colpe che la tecnologia ha trascinato e trascina con sé, di pari passo alle conquiste e ai vantaggi.

Un tema non nuovo, ma su cui sarebbe sconsiderato abbassare la luce dei riflettori. Invece in questo film – che ha tutta l’aria di una favola surreale – la presa del regista è forte, leale, comunicativa. Dove più, nella vicenda stessa, c’è incomunicabilità, isolamento, lontananza, forzate dagli avvenimenti o dal malessere interiore, lì Lee Hae jun ci trasmette la voglia di guardare, ci indica persone e cose con una semplicità profonda che a me hanno ricordato un percorso pedagogico. Tratta argomenti molto profondi e tragici in maniera mai invasiva; sfiora appena la realtà, lasciando però un tocco sempre molto efficace.

La trama. Kim-Seung-geun, un uomo di mezza età fallito economicamente e sul piano sentimentale, tenta il suicidio gettandosi da un ponte di Seul sul fiume Han, ma si ritrova su una piccola isola disabitata, a poche centinaia di metri dalla città. Con il cellulare scarico e un’avversione per l’acqua e il nuoto, non riesce a lasciare l’isolotto. Allora, come un moderno Robinson Crusoe, naufrago in una situazione assurda e paradossale, dopo vari e inutili tentativi di uscirne, si rassegna e inizia una sorta di adattamento progressivo alla sua nuova condizione. Il primo passo è alimentarsi attraverso delle stente piantine di mais che riesce a coltivare seminando i semi contenuti nel guano degli uccelli. Intanto cerca di farsi notare con segnali, grida, ma inutilmente. Dopo molti giorni, si accorge di lui Kim Jung-yeon, una ragazza hikikomori (termine che indica chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, un fenomeno che tocca in particolare giovani dai 14 ai 30 anni), che vive chiusa nella sua stanza e i cui soli contatti con il mondo sono Internet e una macchina fotografica con un teleobiettivo con il quale osserva la luna e la città circostante. Con questo vede Seung-geun e, vincendo la paura di uscire di casa con un casco da moto in testa, va sul ponte e lancia una bottiglia con un messaggio per l’uomo dell’isola, trasformata dalla sua immaginazione in un pezzo di luna. I due cominciano a comunicare: lei con le bottiglie, lui scrivendo sulla sabbia. Un giorno Seul viene sconvolta da un nubifragio, e così pure la vita essenziale ma piena che Seung-geun si era faticosamente costruito sull’isolotto. Il giorno dopo una squadra di operai arriva sull’isola per ripulirla, lo trovano e lo riportano, contro la sua volontà, al porto di Seul. Jung-yeon vede la vicenda dal suo teleobiettivo, si precipita fuori casa, per la prima volta dopo tanto tempo in pieno giorno, sperando di poter raggiungere Seung-geun. In una buona fine auspicabile ma non scontata, i due, diventati amici, si incontrano di persona su un autobus.

Sono uscita dalla visione del film, all’apparenza leggero e dal gusto fiabesco, con una sensazione di pienezza consapevole, quello che ti aspetti da ben altro genere cinematografico. Il film, nei suoi continui messaggi, ci porta facilmente a riflettere su tanti aspetti del nostro vivere odierno. Primo su tutti la misura del nostro allontanamento dalla natura a favore di false sicurezze quali il denaro, la posizione sociale ed economica, senza le quali le nostre vite vacillano fino a cadere rovinosamente, come succede al protagonista.

Poi la nostra miopia nei confronti delle infinite minute possibilità che la natura stessa ci offrirebbe se solo la guardassimo davvero, in una sorta di meditazione, un tempo spontanea. Ora che tutto ci è fornito comodamente, che troviamo senza sforzo il cibo per sopravvivere, ebbene proprio in questo gesto comodo risiede la nostra più grossa dipendenza. E osservando Seung-geun catturato totalmente dai gesti antichi come piantare un seme, annaffiare, aspettare la nascita di una piantina, la gioia al suo spuntare, ci afferra una sorta di invidia, un’amarezza per quello che non riusciamo più a riconoscere come un percorso vitale; finito per molti, troppi, in quiescenza o in oblìo. E quando il nostro naufrago si sente finalmente libero, anche noi che lo abbiamo tifato, proviamo una brezza leggera che ci investe seducendoci.

La stessa brezza ci rinfresca e ci fa correre insieme all’altra protagonista del film, nel momento in cui Jung-Yeon esce finalmente dalla sua camera di segregazione al sole, alla luce, alla vita. Dopo mesi, forse anni passati sui social network, con molti account, che davano una miriade di sue immagini positive, ma nessuna corrispondente alla sua vera identità. Ed è proprio l’identità che i due protagonisti trovano alla fine, spingendosi l’un l’altra a uscire: l’una dalla stanza, l’altro dall’isola. È l’incontro di due alienati, che in un’evoluzione diversa per ciascuno dei due ma in definitiva frutto di un percorso di rinnovamento, finiscono inevitabilmente per incontrarsi. E, mentre ci commuoviamo al loro incontro, sappiamo che ci sarà del nuovo nel loro futuro, qualunque esso sia.

La struttura del film. Lo trovo tecnicamente perfetto, con una sceneggiatura fluida e originale, una fotografia molto viva e illuminata di grande poesia e colore; gli attori poi si muovono magistralmente come su un fondale di teatro. Il tutto infine accompagnato da una musica impastata nelle scene. “Castaway on the moon” è davvero una piccola perla del cinema sudcoreano, e non si discosta da questo nel ricevere consensi da ogni tipo di pubblico e dalla critica specializzata, probabilmente perché racchiude in sé più generi ed è anche un ottimo prodotto d’autore. Al Far East Film Festival di Udine ha vinto, infatti, il primo premio.

Una visione adatta a questo momento pandemico di sospensione, in cui siamo (quasi tutti) sempre davanti agli schermi e con contatti per lo più virtuali. Anche noi frammentati in isole e isolotti, da cui dobbiamo per forza ripensare i nostri gusti, le scelte, e guardare al futuro prossimo “di apertura” con occhio rinnovato, più attento e pulito.

Un altro consiglio non richiesto ma forse apprezzabile. Per avvicinarsi al cinema coreano, per chi ancora non lo avesse fatto: si può guardare questo delicato film di Lee Hae-jun per primo, per poi passare a registi coreani di film più forti e tragici, persino cinici. Come i pluripremiati “Parasite” (2019) di Bong Joon-Ho e “Il prigioniero coreano” (2016) del compianto Kim Ki Duck, passando per “Burning” (2018) del meno noto ma ugualmente straordinario Lee Chang-Dong. Ma il panorama è ovviamente molto ampio, e in questo tempo di pandemia non mancano le rassegne di film asiatici, inclusi i sudcoreani, sulle varie piattaforme online. Quindi che aspettate? Buona visione!

Letizia Lusini

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Autore dell'articolo: Simona Merlo