Lost In Translation

Tempo di Oscar e mi torna in mente…
La 93a cerimonia degli Academy Awards si terrà il prossimo 25 aprile al Dolby Theatre di Los Angeles. La “brutta” notizia è che in 93 anni soltanto sette registe hanno avuto una nomination; quella bella è che due di loro, Carey Mulligan per “Promising young woman” e Cholé Zhao per il più noto “Nomadland” (che si è aggiudicato già il Golden Globe) ne hanno avuta una per l’Academy Awards 2021.
Nel 2010 Kathryn Bigelow si aggiudicò la prestigiosa statuetta con “The hurt Locker”, battendo anche l’ex marito James Cameron che presentava “Avatar”. Nel 1977, è stato il turno di Lina Wertmüller, la quale riuscì a invertire la rotta di una regia “tutta al maschile” dei precedenti Oscar con il film “Pasqualino Settebellezze”. Dopo quasi vent’anni, la seguì l’australiana Jane Champion (1994) con “Lezioni di piano”.
Prima di Kathryn Bigelow ebbe una nomination Sofia Coppola nel 2004 per “Lost in translation”, che la rivelò come regista, degna figlia dell’allora più noto Francis Ford Coppola (“Il padrino”, “Apocalypse now”, tanto per citarne alcuni). E nel 2020 la californiana Greta Gerwig, divenuta celebre per “Lady bird” del 2017, ha scintillato in un firmamento di regie maschili con “Piccole donne”.

Oggi parlerò di “Lost in translation” (2003) che, oltre alle numerose nominations agli Oscar, si aggiudicò anche il Golden Globe per la regia nel 2004. In una definizione stringata, si potrebbe liquidare questo film dicendo che parla della solitudine di due americani che si incontrano in un lussuoso hotel di Tokyo. Tuttavia la bravura di Sofia Coppola risiede proprio nel fatto che riesce a fare di questa frase un’opera cinematografica molto ricca articolandola in prismi di microsituazioni e argomenti; mantenendosi in punta di penna nella sceneggiatura, e con lo sguardo mobile ma attentissimo dell’obiettivo, che si sovrappone senza sforzo al nostro occhio di spettatori.

Io lo scovai per caso soltanto lo scorso anno, durante una sera all’insegna della noia; mentre scorrevo le anteprime su Netflix, lo scelsi, lo guardai senza conoscerne alcunché, e lo trovai un capolavoro; di quelli che ti incollano allo schermo, e alla fine, devi rivederli fino a quando non ti diventano familiari anche se si sono fatte le 2 di notte!

Parla di due solitudini, è vero, ma se ci addentriamo nel corpo del film, tra le scene dei pochi e peculiari esterni, dove il Giappone è facilmente riconoscibile, e tra quelle degli interni (molte di più) dove la presenza dei due protagonisti sembra restituirci persino il ritmo variabile del respiro, il calore delle lacrime, le impercettibili stille di sudore della pelle, possiamo aggiungere appendici e dettagli sulla condizione di “persone sole” dei protagonisti.
La solitudine di Charlotte proviene probabilmente dal suo rapporto con John, il marito troppo impegnato nel lavoro e in una propria vita esterna al matrimonio, tanto da trascurare Charlotte e lasciarla in quel suo sogno di vita a due, che ben presto, intuiamo, si è trasformato in delusione. Lei è amareggiata, triste, così delusa da non trovare l’energia giusta per combattere, ribellarsi, uscire da una situazione di cui con pacatezza tende a salvare anche soltanto le briciole. Chiusa in una tranquillità di superficie che nasconde bene la sua sofferenza dietro sorrisi e sguardi sbilenchi e che solo in alcuni momenti si apre in falle di perplessità e pianti silenziosi. Ci fa pensare alla parola depressione. È fuori posto, estranea in un contesto fatto di positivismo, superficialità, mediocrità. È facile provare comprensione, empatia, solidarietà per Charlotte; le stesse sensazioni che è quasi scontato provare per Ben, star del cinema in declino, uomo di mezza età in crisi con la propria vita. Nella sua apatia, nella sua limitata mobilità facciale, mossa soltanto nei momenti in cui si trova a lavorare per il mondo surrogato della pubblicità, ritroviamo la stessa sofferenza latente di Charlotte. Inevitabile, dunque, che l’incontro dei due svolga un ruolo speculare l’una verso l’altro. Inizia a girare da quel momento un caleidoscopio di piccoli sguardi, gesti minuti, sensazioni appena accennate tra i due protagonisti che perdura durante tutto il film.

E non a caso la vicenda si svolge a Tokyo. Qui, i due hanno ben pochi riferimenti per vivere la loro breve storia, certo non aiutati dall’atmosfera di “altro mondo”, sollecitati continuamente da troppi codici da decifrare. Più facile è quel piccolo mondo costruito apposta per il loro essere americani ospiti in Giappone, accompagnati da solerti guide e ossequiosi gestori di ristoranti e bar. Ma loro due, e noi spettatori, tutti insieme, non vediamo l’ora di uscire “da questo bar, poi dall’albergo” (come afferma Ben, aggiungendo anche “da Tokyo e dal Giappone”), per correre finalmente spensierati alla ricerca di un taxi nella notte illuminata dalle luci e dai colori della città. Raggiungere un locale, cantare in modalità karaoke insieme a giovani giapponesi amici di Charlotte, freschi, creativi, liberi dal condizionamento frenante della tradizione che, durante il giorno, tutto permea e rende intraducibile ogni possibilità di azione. E qui veniamo al titolo. Sono persi, Charlotte e Ben, entrambi nella traduzione, e non solo della lingua e degli enigmi a cui il Giappone li sottopone, ma anche e soprattutto di quel sentimento tra loro che rimane sospeso, indefinito, delicatissimo seppure intenso. In Italia, come spesso succede, è stato aggiunto un sottotitolo – L’amore tradotto – che stravolge tutto il significato del film. Dimentichiamocene. L’amore qui è scontatamente salvifico, ma lo è nella sua platonicità, quando può far scoccare frecce di grande precisione, senza gli scarti, seppure minimi, che la fisicità fa rischiare talvolta. Queste frecce perfette scoccano spesso durante tutto il film, colpendo senza rimedio anche noi spettatori, rendendocene la visione così amabile.

“Lost in translation”, quasi vent’anni fa, ottenne consensi unanimi dalla critica cinematografica più esigente e dal pubblico, ma anche oggi la sua proposta non è affatto anacronistica. Colpisce innanzitutto la naturalezza della recitazione di Scarlett Johansson e di Bill Murray tanto che viene da pensare che la regista abbia dato loro molta carta bianca sulla scena. Poche volte al cinema si hanno questa sensazione e questi risultati, ma quando succede, sono godibilissimi. La sceneggiatura, dunque, per mano della stessa Coppola (migliore sceneggiatura agli Oscar e ai Golden Globes) è superlativa. La fotografia insiste sulla notte, che si addice allo sciogliersi del dolore e al sogno, tra i colori e le luci scintillanti della città. Sceneggiatura e fotografia seguono gemelle l’occhio dei due protagonisti su Tokyo dai taxi, dentro il lounge-bar dell’hotel, in ascensori affollati; attraverso i parchi di aceri, dentro un monastero buddista e un laboratorio di Ikebana, tutti luoghi dove si reca Charlotte da sola.
Il film si aggiudicò ben sei Oscar e altri premi di rilievo (Golden Globe, BAFTA, ecc.) nel 2004.

TRAMA IN SINTESI E SENZA SPOILER. Ben Harris, star di Hollywood in declino, con moglie e figli lontani non solo per latitudine, si trova a Tokyo per una pubblicità a un whisky, e nel luxury hotel dove soggiorna stringe amicizia con Charlotte, di molti anni più giovane di lui. Entrambi, e per motivi simili, si trovano in crisi con la propria vita. Le parole post visione del film sono confronto, complicità, conforto; se avessi aggiunto speranza, forse sarei caduta nel banale, ma senza dubbio un certo buon sentore se ne avverte. “Lost in translation” rimane attaccato gradevolmente alla pelle per giorni, Ben/Bill Murray che canta in modalità Karaoke “What’s so funny…” di E. Costello e Charlotte/Scarlett Johansson “Brass in pocket” occupano la testa, tanto da non trovare spazio per altro. E di questi tempi, è davvero una grande risorsa. Un piccolo consiglio: guardatelo in lingua originale, ne godrete appieno la recitazione minimale e straordinaria dei due attori, anch’essi candidati o vincitori di qualche premio importante: nel Golden Globe 2004 a Murray il podio come attore protagonista e nel BAFTA 2004 il podio ad ambedue. Ad oggi lo trovate sempre su Netflix.
Buona visione!

Letizia Lusini

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Autore dell'articolo: Simona Merlo