L’Irlanda dei film

La terra d’Irlanda ha visto nascere numerosi registi e srotolare i loro film tra le sue brughiere, l’erba verde smeraldo, le scogliere, il mare. Anche tra castelli dall’aspetto austero; e tuguri di pescatori battuti dal vento e una miseria al limite dell’umano. Ha visto raccontare attraverso il cinema fatti salienti della sua storia, come la tremenda carestia degli anni a metà ottocento, quando la peronospera e la crudeltà delle spietate leggi inglesi diedero l’avvio a una sorta di genocidio che inghiottì un numero altissimo di irlandesi affamati e inermi. E il più recente e tragico periodo dei Troublers, quando l’Irlanda del Nord, nel ventennio tra gli anni settanta e novanta del secolo scorso, subì le conseguenze sanguinarie di una guerra di religione.

Da sempre gli irlandesi sono emigrati in terre pensate più ospitali, come l’America. Brooklyn, del regista irlandese John Crowley che lo ha tratto dall’omonimo romanzo di Colm Toibin, tocca mirabilmente l’argomento dell’emigrazione e le sue problematiche. Il film è del 2015, e valse a Saoirse Ronan interprete di Eileen, tra i tanti premi ricevuti, l’Oscar come migliore attrice protagonista.

TRAMA. Anni ’50 del secolo scorso. Eileen, ventenne irlandese, emigra in America in cerca di un avvenire migliore di quello che il paese piccolo e dalla mentalità retrograda dove vive possono offrirle. Oltreoceano affronterà innumerevoli difficoltà e disagi, ma con il tempo si adatterà al lavoro in un prestigioso grande magazzino e troverà anche l’amore. Quando sembra che per la ragazza tutto vada per il verso giusto, il destino, come un impetuoso vento irlandese, irrompe improvviso nella sua vita, scompigliando le carte in tavola. Eileen invertirà la rotta?

Mi sono chiesta, dopo la visione del film, da dove provenga tutta la sua bellezza e godibilità inconfutabili. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un lavoro di altri tempi, quando, nel cinema come in letteratura, c’era un’attenzione particolare per i dettagli più che per i frammenti. Il film scorre fluido nella sua trama semplice e quasi prevedibile, tanto che a un primo sguardo superficiale, la recitazione sembra un minimo manierata, e quel minimo risulta stonato e necessita di una giustificazione. Poi, leggendo due righe su John Crowley (Intermission e Boy A.), scopri che è anche, forse soprattutto, regista e autore di teatro, e allora tutto è più chiaro. Ogni personaggio mette in grande risalto i lati salienti di personalità diverse che si confrontano; gli atteggiamenti sono più accentuati che accennati.

Partendo da Eileen e la sua ribellione, il suo coraggio, ma anche il suo riflettere introspettivo, che numerosi primi piani mettono in luce, talmente espressivi da apparire inequivocabili. Subito dopo la perfidia incancrenita e compiaciuta di Miss Kelly, la gestrice del negozio dove lavora Eileen, portavoce della mentalità ristretta e retrograda del paese irlandese da cui Eileen si vuole allontanare. La contrarietà contenuta, a volte soffocata della madre per le scelte di Eileen, in cui si avverte un dovere materno di totale comprensione, che però sembra scoppiarle dal corpo. L’amore incondizionato di Rose, la sorella di Eileen, forse quello più vero e appagante, frutto di natura e sangue comuni. La dedizione intrisa invece di schemi tradizionali da parte di Tony, il fidanzato italoamericano di Eileen, la sua rozzezza e semplicità ai limiti dell’imbarazzante, la sua aria di bravo ragazzo che spesso risulta stucchevole, sensazioni che fanno accrescere in Eileen il dubbio della direzione da prendere. Nei panni del reverendo Flood (l’onnipresente Jim Broadbent) troviamo la Chiesa Cattolica che indirizza e pianifica, ma allo stesso tempo aiuta, incoraggia, getta i ponti senza i quali Eileen potrebbe fare la fine di quei derelitti irlandesi ai quali, nel giorno del Ringraziamento, va a distribuire piatti caldi, occhiate di conforto, e lacrime di solidarietà ai loro canti tristi in gaelico.

Sono dunque le interpretazioni dal timbro teatrale di ogni attore che all’inizio fanno apparire Brooklyn un mélo ben confezionato, e solo a metà film ci rendiamo conto che ci troviamo di fronte a un’operazione voluta e impeccabile. L’Irlanda è raccontata attraverso una sceneggiatura con pochi esterni, come nella scena del breve ritorno in Irlanda di Eileen, quella spiaggia e il mare inconfondibili, che la turbano come nei suoi ricordi nostalgici in America, con la loro natura selvaggia, lontana dal paese e dalla grettezza dei suoi abitanti. Eileen vuole sfuggire al suo ambiente, ma ne viene sempre attratta, e in questo andirivieni di sentimenti risiede il fulcro di tutto il film.

Oltreoceano c’è l’America degli anni ’50 che Crowley descrive in poche scene, qui quasi esclusivamente d’interni: l’avanguardia e le nuove idee, la supremazia di un grande paese liberale, i ghetti degli immigrati: li troviamo nei porti di imbarco, nei Grandi Magazzini dove Eileen lavora, la permanenza nel convitto femminile di Mrs Kehoe, la sala da ballo riservata ai giovani irlandesi.

Ho apprezzato molto la fotografia di Yves Belanger, che ha ottenuto per Brooklyn il Canadian Screen Award nel 2016, ne ho ricevuto l’impressione di una narrazione fluida e continua, più che un occhio attento minuziosamente a ogni singola scena. E anche i costumi della evergreen Odile Dicks Mireaux, che ricordavo per “Il trono di spade” e che anche qui non smentisce la sua bravura. La colonna sonora, delicata e mai invadente, è di Michael Brook, chitarrista e compositore, autore di numerose sountrack ed esponente del rock minimale.

Voglio condividere con voi una ricerca personale. Alla fine della pandemia, vorrei proprio visitare questa terra così affascinante, e ho pensato a un tour cinematografico da seguire. Un progetto ambizioso che, all’occorrenza, potrebbe essere ridimensionato e modificato. Suddividendo l’Irlanda in quattro zone, e tenendo presente soltanto registi e registe irlandesi che hanno girato film con location ambientato in questa terra, l’itinerario potrebbe essere:
1° Zona. IRLANDA DEL NORDThe crying game (La moglie del soldato) di Neil Jordan, 1993; The boxer di Jim Sheridan, 1997; The butcher boy di Neil Jordan, 1997; CherryBomb, 2009, Good vibrations, 2012, Ordinary love, 2019, tutti e tre di Lisa Barros D’sa; Arracht di Tomas O Suillebhain (Tom Sullivan), 2019 e The hunger, documentario di Ruan Magan, 2020. Questi ultimi due, che hanno come argomento la terribile carestia che scoppiò nella metà dell’800 in Irlanda, un vero e proprio genocidio con 1.000.000 di morti e 2.000.000 di emigrati, perpetrato deliberatamente dal governo inglese per incuria, sopraffazione, e altri abusi di potere, sono inseriti nella rassegna dell’Irish Film Festa 2021.
2° Zona. EST IRLANDAMichael Collins di Neil Jordan, 1996; My left foot di Jim Sheridan, 1999; Breakfast on Pluto di Neil Jordan, 2005; Once di John Carney, 2007; Byzantium di Neil Jordan, 2012.
3° Zona. OVEST IRLANDAThe field di Jim Sheridan, 1990; Michael Collins di Neil Jordan, 1996; Ondine di Neil Jordan, 2010; The sacred scripture (Il segreto) di Jim Sheridan, 2016.
4° Zona. SUD IRLANDAMoby dick di John Huston, 1956; Byzantium di Neil Jordan, 2012; Brooklyn di John Crowley, 2015.

Naturalmente, possiamo aggiungere film che hanno avuto le location in Irlanda con regie internazionali. Come Bloody Sunday di P. Greengrass, Philomena di S. Frears, in Irlanda del Nord; Excalibur di J. Boorman, Barry Lyndon di S. Kubrick, in Est Irlanda; Jimmy’s Hall di K. Loach, Leap year (Una proposta per dire sì) di D. Tucker, in Ovest Irlanda; Far and away (Cuori ribelli) di R. Howard, Angela’s ashes di A. Parker, al Sud Irlanda. E tanti altri ancora…

Letizia Lusini

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Autore dell'articolo: Simona Merlo